lunedì 12 febbraio 2018

PLAYLIST : EMO VALENTINE



E' il 14 febbraio, giorno di San Valentino. E piove.
E' un temporale che la manda giù come si deve. 
Lei aspetta all'angolo di una strada, protetta da un ombrellino blu. Truccatissima, cuffie alle orecchie, smalto nero sulle unghie delle mani, pantaloni attillati, scuri e tempestati da tanti scheletrini viola.
Alza lo sguardo, e sorride ad un uomo che le sta venendo incontro. Si abbracciano. Lui, con il suo giubbotto di pelle, capelli lunghi e neri come la pece, il piercing all'orecchio, un tatuaggio che sbuca dal collo, jeans strappati e Converse da skater, é l'esatta metà mancante della ragazza. 
Si baciano, e non si accorgono che l'ombrello, inclinandosi, lascia passare la pioggia. Perchè l'amore, quando arriva, ti investe come un treno ad alta velocità, se ne frega di tutto e va dritto per la sua strada; del mondo e del suo frastuono, chi se ne frega. E' un pò la stessa sensazione che si prova quando si può liberare la puntina del giradischi e lasciarla sfogare sui solchi di un vinile, per cancellare tutto ciò che ci circonda e farsi cullare da quelle note che ci regalano emozioni uniche.
Da questa immagine che ho appena tratteggiato, nasce l'idea di questa playlist, che ha preso forma anche per altri due motivi:il primo è quello di essere "alternative" al punto giusto da evitare inutili e scontatissimi clichè musicali per quella che è la festa degli innamorati; il secondo motivo è  che qui, in questo blog, si parla di musica. Sempre e solo di buona musica. 
Facciamolo come si deve.  
Se vi state chiedendo quali possono essere le canzoni preferite di quei due ragazzi, vi dico che ci sono buone probabilità che possa essercene almeno una tra quelle dei gruppi (o cantanti) che sto per elencare. Inoltre, se siete in cerca di qualcosa di diverso e soprattutto originale da suonare in una serata di San Valentino, questa scaletta di ben 10 brani (mi sono allargato, stavolta) potrà fare al vostro caso. Ma una cosa sia ben chiara:la musica sarà solo un complemento, passerà in sottofondo e probabilmente verrà ignorata (almeno ve lo auguro, un'occasione del genere voglio sperare vi tenga impegnati con ben altro); nell'evenienza in cui qualche nota venga ascoltata, fidatevi:farebbe più colpo qualcosa di ricercato, e per certi versi di inaspettato rispetto a quello che ci è già stato proposto centinaia di volte ed in tutte le salse.
Per tutte le anime solitarie, invece, sarà un motivo valido per evitare di struggersi su delle note smielate e strappalacrime:vi garantisco che i brani che sono andato a scegliere daranno, se non altro, un pò di colore a quell'espressione da musoni che vi portate dietro. C'è anche una terza categoria a cui potrei rivolgermi:quella dei menefreghisti che non festeggiano questa ricorrenza, ed anzi, la ignorano. Beh, questa, per voi, potrebbe essere un'occasione per scoprire qualche canzone nuova o dei gruppi che non avete mai sentito, o leggere cosa ne pensa il sottoscritto di quelli che già conoscete, e dissentire od approvare le mie scelte. 
Insomma ce n'è per tutti.

La playlist che vi sto per presentare è un tributo al filone "emo", che ormai non è più circoscritto ad una manciata di artisti e rockband punk di impronta melodica; sì è espanso a tal punto da divenire non solo un genere a sè stante, ma un vero e proprio movimento che abbraccia una varietà enorme di stili ed influenze. Così con il termine "emo", oggi possiamo buttare nel pentolone un pò di tutto, e non solo gli storici esponenti del genere (un pò di nomi? My Chemical Romance, Fall Out Boy, Panic! at the disco); ci si può inserire una venatura di pop e glam (Avril Lavigne, Tokyo Hotel, Adam Lambert), persino di gothic rock (i 69 Eyes, per esempio, o gli ormai sciolti HIM e To/Die/For) e di gruppi storici (basti pensare a Cure e Siouxsie & the Banshees, che pur essendo di chiara estrazione new-wave, sono stati autentici precursori di certe espressioni tipiche dell'emo). Inoltre, si può tranquillamente andare a pescare materiale anche in Giappone, con la miriade di colonne sonore e canzoncine tratte da anime e manga. Insomma, un vero e proprio melting pot, dove le uniche linee guida da seguire sono:un pò di trucco, l'aria distaccata ed un pò incazzata da darkettoni, rock a catinelle e giubbotto con le borchie, rigorosamente abbinato a vestiti apparentemente trasandati. 
Ovviamente sto definendo visivamente il genere da un punto di vista superficiale, ironico e tutto mio; seriamente ed artisticamente, non c'è definizione più chiara per descriverlo di quella che vi riporto para para tratta da Wikipedia:"Il termine emo (o emo-core) si riferisce ad un filone musicale inizialmente compreso all'interno del punk rock, di cui è considerato un sottogenere. Tuttavia, nella sua evoluzione più moderna, lo stile include anche sonorità di tipo melodico orientate all'indie rock e all'alternative rock. [...] Sebbene le origini siano comunque per la gran parte etichettabili come hardcore punk, la musica "emo" contiene una maggiore attenzione sia ai testi che alla tecnica musicale, con sonorità più melodiche e ricche." 

E quindi quali note, nella vostra immaginazione, sarebbero fuoriuscite dalle cuffie di quella ragazza darkettona persa nell'abbraccio del suo uomo, sotto la pioggia?
Questo è ciò che suggerisco io; ma ognuno di voi può plasmare le scelte a suo piacimento, ad un patto:i cd di Celine Dion, Mariah Carey e Whitney Houston lasciamoli al loro posto, per questa volta.



  1 - MY CHEMICAL ROMANCE - GHOST OF YOU
Non c'è canzone migliore che possa rappresentare lo spirito di questa playlist. Gli statunitensi My Chemical Romance sono uno dei principali esponenti del genere emo-rock, e "Ghost of you" è una ballad orecchiabile e di grande impatto, oltre ad essere uno degli episodi più riusciti della loro intera carriera. La voce di Gerard Way si muove limpida nelle strofe tipiche di un pezzo acustico, che trova il suo culmine nell'esplosione vorticosa del ritornello:l'entrata prepotente della chitarra elettrica porta la melodia ad essere tirata ed a tratti persino disperata. Il testo è gelido come quella pioggerellina invernale che ti inumidisce il viso; sono le riflessioni, struggenti e narrate per immagini, di un uomo che ha visto morire la persona amata tra le sue braccia ("Get the feeling that you're never all alone and I remember now at the top of my lungs in my arms she dies"), e che non riesce a darsi pace, perchè sa che non la vedrà più tornare a casa: "At the end of the world, or the last thing I see You are never coming home, never coming home Could I? Should I?". 
Il tema della perdita è uno dei temi ricorrenti dell'intero "Three cheers for a sweet revenge", che assume quasi i contorni di un concept album. Amore e vendetta, dolore e rabbia:sentimenti contrapposti che spesso vivono in simbiosi, e su cui sono stati spesi fiumi di parole ed ore di pellicole. Grazie a brani come "Ghost of you", "Helena" (sulla perdita della nonna dei fratelli Way, rispettivamente cantante e bassista del gruppo) e "I'm not okay (I promise)", "Three cheers for a sweet revenge" è un ottimo album che definisce in modo deciso lo stile dei My Chemical Romance, sospeso tra influenze punk (Misfits), dark elettronico (Smashing Pumpkins) e barocchismi alla Queen. E' inoltre celebrato dalla rivista britannica New Musical Express come uno dei "20 dischi emo che hanno brillantemente superato il test del tempo", mentre Spin, giornale americano specializzato in musica rock, lo inserisce tra i "300 album indispensabili degli ultimi 30 anni".
MY CHEMICAL ROMANCE - GHOST OF YOU (VIDEO) 


2 - 30 SECONDS TO MARS - HURRICANE
Epica e magnificente sin dalle prime note, questa "Hurricane" è forse la creatura più complessa ed elaborata partorita da Jared Leto, che va ad impreziosire il già ottimo lavoro dei suoi Thirty Seconds To Mars, "This is war".
Sto parlando di una di quelle canzoni che mi ha travolto sin dal primo ascolto, e mi ha fatto gridare al capolavoro:vuoi per il ritornello pomposo ed iper-orecchiabile, vuoi per quella spirale in crescendo che, una nota dopo l'altra, si abbatte sull'ascoltatore come un uragano (il titolo non è un caso), "Hurricane" è un brano universale, capace di entrarti subito nelle corde e di mettere d'accordo un pò tutti; è una cosa che avviene raramente, e di cui sono capaci solo i pezzi veramente riusciti.
Lo splendido cantato di Leto si dipana su una base dove archi e arrangiamenti elettronici prevalgono su chitarre e batteria, pressochè assenti per 3/4 del pezzo. Sono 6 minuti intensi, ad alta tensione emotiva, al termine dei quali è facile restare affascinati e sconvolti allo stesso tempo, mentre nella testa rimbomba il leit-motiv del brano: "Tell me would you kill to save a life? Tell me would you kill to prove you're right? Crash, crash, burn, let it all burn this hurricane's chasing us all underground...".
I Thirty Seconds To Mars sono una delle più interessanti scoperte degli ultimi 20 anni nel circuito rock. A molto si deve l'istrionicità del loro leader (ormai anche attore affermato), Jared Leto; ma la capacità di spaziare ed attingere tra vari generi quali l'industrial, il progressive e l'elettronica ha reso la loro proposta varia ed a tratti unica. "This is war" è l'album della maturità, e sebbene il precedente "A beautiful lie" presenti dei tratti "emo" più marcati, con dei pezzi che avrebbero fatto la loro sporca figura in questo ambito, è "Hurricane" che, a mio avviso, non dovrebbe mancare nè in questa, nè in tante altre playlist.
30 SECONDS TO MARS - HURRICANE (AUDIO) 


3 - PLACEBO - SPECIAL NEEDS
Beh, con i Placebo facciamo un bel salto all'indietro nel tempo; e per parlare di quella meraviglia sonora che è "Special needs", dobbiamo andare a tirare fuori  "Sleeping with ghosts". Uscito nel 2003, è un lavoro dalla chiara impronta post-grunge, ma con spruzzate di glam e sperimentazioni elettroniche che ben si sposano con la tematica emo di questa selezione. Brian Molko non ha saputo, negli anni, differenziare ulteriormente lo stile della band, che ad oggi suona un pò stantìo; ma all'epoca un pezzo come "Special needs" aveva il suo perchè, ed ottenne un successo enorme. Si tratta di una ballad delicatissima, dove le chitarre elettriche sono soffuse come le luci del salone di casa a mezzanotte, e dove le evocative tastiere seguono passo dopo passo la voce androgina di Molko. Il brano di per sè si presta a numerose chiavi di lettura, sospeso tra l'idealizzazione dei sogni di un adolescente, l'inseguimento del successo e qualche riferimento alle droghe. E' il ricordo vivido di un vecchio amico, probabilmente disabile ("Remember me when you clinch your movie deal and think of me stuck in my chair that has four wheels..."), che si rivolge a Molko, ormai famoso, chiedendogli di non dimenticare quei 19 anni in cui i sogni erano "necessità speciali" ("Special needs"):"Remember me through flash photography and screams, remember me, special dreams...Just 19 this sucker's dream I guess I thought you had the flavor...".
Sebbene non ascolti più con tanta frequenza i lavori dei Placebo, "Special needs" resta una splendida litanìa, diafana ed elegante, che ancora oggi, a distanza di ormai 15 anni, non mi sono stancato di riproporre nelle mie scalette.
PLACEBO - SPECIAL NEEDS (VIDEO) 


4 - EVANESCENCE - EVERYBODY'S FOOL
La scelta di inserire gli Evanescence potrebbe sembrare un pochino forzata. Non è così: prima di tutto, perchè il look di Amy Lee deve molto sia al genere gothic-rock che all'emo. E poi la loro proposta musicale, sebbene più hard delle altre e di chiara estrazione gothic, calza a pennello in questa selezione. "Everybody's fool" è tratta dall'album d'esordio della band , "Fallen", che è senz'altro quello più completo e riuscito della loro carriera. Scegliere "My immortal" o "Hello", splendide ballads presenti all'interno dello stesso disco, sarebbe stata una mossa troppo prevedibile; questo pezzo dai tratti più spigolosi e guidato da tastiere spettrali, invece, offre una soluzione valida per rimanere perfettamente a cavallo tra il romantico ed il frizzante:è tirato al punto giusto da un giro di basso eccezionale e da una ben dosata impronta metal, in cui la chitarra elettrica la fa (ovviamente) da padrone; il "muro del suono" è inoltre impreziosito da uno splendido arpeggio di chitarra acustica (chiaramente udibile nell'intro insieme alle tastiere).
Amy Lee si sfoga sulla falsità delle persone, e la loro particolare capacità di riuscire a prendersi gioco degli altri ("Never was and never will be, you don't know how you've betrayed me, and somehow you've got everybody fooled"); persone, queste, che nascondendo la loro natura dietro una maschera, spesso non distinguono più la realtà dall'inganno:"Without the mask where will you hide can't find yourself lost in your lie...".
"Everybody's fool" è quanto di meglio si possa andare a pescare in un ambiente rock a tinte crepuscolari, sebbene molto commerciale; "Fallen" invece, è un'autentica pietra miliare del genere gotico, un album capolavoro dalle mille sfaccettature che ancora oggi è punto di riferimento per numerosi altri artisti.
EVANESCENCE - EVERYBODY'S FOOL (LIVE) 


5 - PARAMORE - DECODE
I Paramore sono un altro di quei gruppi riconosciuti come classici esponenti del genere emo. Originari del Tennesse, la loro carriera è cresciuta album dopo album fino ad esplodere con il terzo lavoro, "Brand new eyes", che si va a collocare temporalmente in parallelo con il brano che ho scelto, sebbene quest'ultimo non ne faccia parte se non come "bonus track". Il perchè è presto detto: "Decode" è stata concepita ed incisa per la soundtrack di "Twilight". Ma questo è solo un dettaglio, non vi pare? Al di là di ciò che si possa pensare della saga dei film tratti dai libri di Stephanie Meyer, c'è da dire che le rispettive colonne sonore hanno sempre riservato delle notevoli sorprese. "Decode" ne è senza dubbio il caso più eclatante:è un brano etereo, che senza rinunciare alle sferzate energiche di chitarra elettrica mantiene la sua componente sognante ed atmosferica; per di più, è corredato da un'altra bellissima voce femminile:quella di Haley Williams, leader del gruppo. Le lyrics funzionano anche se estrapolate dal contesto del film, sospese fra la classica canzone d'amore e l'ennesima accusa di ipocrisia e slealtà: "The truth is hiding in your eyes and it's hanging on your tongue, just boiling in my blood but you think that I can't see...
Nonostante non sia nulla di originale, "Decode" è glaciale come un cielo stellato d'inverno, e con la sua semplicità arriva dritta al cuore senza per forza risultare banale. E', senza dubbio, uno dei brani che non poteva mancare in questa selezione. 
PARAMORE - DECODE (VIDEO) 

 
6 - BULLET FOR MY VALENTINE - VENOM
"Venom" è un mid-tempo che da il titolo all'ultimo disco dei Bullet For My Valentine, e vince un ballottaggio durato fino alla stesura di questo articolo con un'altra ballad intitolata "Say goodnight", tratta dal lavoro della band inglese del 2008, "Scream, Aim, Fire". La mia scelta è stata dettata dalla vena più spiccatamente alternative di "Venom", che fa sì che il pezzo risplenda di luce propria e si distingua dalle altre proposte del genere emo e metal-core. Il veleno di cui si parla nella canzone, esce dall'influenza che ha la persona amata sul protagonista, subdola come il serpente rappresentato in copertina, manipolatrice e beffarda. E' un potere che si odia, ma di cui non si può neanche fare a meno:"How dare you play the victim?
These tortured eyes, they see right through you right through you
but still you keep me captive and make me feel like I deserve you,
but I hate you, hate you...
". Aperta da un suggestivo giro di batteria a cui si sovrappone la melodia di una tastiera meravigliosa, questo brano cresce nota dopo nota insieme all'interpretazione vocale del cantante Matthew Tuck, che in alcuni momenti si tramuta in vero e proprio screaming, tratto distintivo dei BFMV

Questo brano che sono andato a scegliere, è una sorta di specchietto per le allodole per chi non conosce bene il gruppo; non lasciatevi ingannare dalla melodia e dalla sua orecchiabilità, pensando di trovarvi di fronte ad un album facile da mandare giù al primo ascolto; "Venom" nel complesso è un lavoro tirato, carico di riff pesanti e taglienti come una lama affilata, che riportano la band alle sonorità più dure e possenti degli esordi.
BULLET FOR MY VALENTINE - VENOM (VIDEO) 
 

7 - GARBAGE - MILK
No, non potevo relegare in un angolo Shirley Manson ed i suoi Garbage. "Milk" meritava di essere buttata nella mischia, sebbene si stia al limite del "fuori tema". Tratta dall'album d'esordio del 1995, autentico capolavoro della band rock statunitense ed intitolato semplicemente "Garbage", "Milk" è una ballad elettronica nobilitata da un'interpretazione vocale sublime della Manson; culla le orecchie e trasporta l'ascoltatore in una dimensione parallela con la sua atmosfera vellutata. Il testo è un autentico manifesto d'amore:il rischio, forte, era quello di andare a proporre qualcosa di scontato e ripetitivo, ed invece sia sul piano strettamente musicale, che su quello del songwriting, questa ballad si distingue al punto da essere (almeno per il sottoscritto) non solo degna rappresentante dei Garbage in questo contesto, ma anche una delle migliori canzoni d'amore di sempre in campo pop/rock. Le strofe si muovono in un simil parlato che fa da perfetto preambolo all'apertura vocale del ritornello, da cantare e ricantare a squarciagola:"I am lost so I am cruel, but I'd be love and sweetness if I had you....I'm waiting I'm waiting for you...".
"Milk" è senza dubbio il momento più intimo e delicato di questa scaletta. Se non avete nella vostra discografia l'album "Garbage", correte al più presto ai ripari:vi garantisco che brani come questo, "Queer", "Stupid girl" e "Only happy when it rains", una volta ascoltati, difficilmente finiranno nel dimenticatoio.
GARBAGE - MILK (ORIGINAL VIDEO)  



8 - GREEN DAY - BOULEVARD OF BROKEN DREAMS
Credo che nessuno si possa offendere se dico che, tra tutti gli artisti appena citati, Billy Joe Armstrong e soci sono quelli che hanno meno bisogno di presentazioni. E così, al momento più dolce della mia selezione, lascio subentrare quello della band più famosa del lotto. "Boulevard of broken dreams" è un pezzo atipico nella produzione dei Green Day:gira, infatti, ad una velocità senz'altro più lenta della stragrande maggioranza dei loro brani, e fa della componente melodica il suo biglietto da visita; di punk c'è poco o niente, a parte le chitarre distorte. Potrebbe sembrare una canzone un pò statica, ed in effetti all'ascolto è un pochino sempliciotta; eppure funziona maledettamente bene, anche nella sua ripetitività. E' la storia di un ragazzo (Jimmy, che viene citato a più riprese nell'album "American Idiot") che si trova in un periodo di confusione psicologica, di tristezza e solitudine. Egli cammina in una strada solitaria e deserta ("I walk a lonely road, the only one that I have ever known, don't know where it goes but it's only me, and I walk alone") e considera questa strada (Boulevard) come una casa e come l'unico posto che abbia mai conosciuto. 
In quella strada le uniche cose che si muovono sono il suo cuore e la sua ombra, e finchè il desiderio di avere qualcuno al suo fianco non si avvererà, continuerà a camminare in solitudine:"Sometimes I wish someone out there will find me, till then I walk alone...".
"Boulevard of broken dreams" è stata numero 1 nelle classifiche di diversi paesi, portandosi a casa anche 7 premi agli MTV Video Music Awards; insieme ad altri singoli fortissimi come "Wake me up when september ends", ha trainato "American idiot", l'album da cui è tratta, fino a fargli totalizzare ben 14 milioni di copie vendute in tutto il mondo.
Il disco marca anche un cambiamento nella proposta dei Green Day, essendo il primo concept-album ideato dalla band, liberamente ispirato a "Tommy" degli Who e "Zen Arcade" degli Husker Du.
GREEN DAY - BOULEVARD OF BROKEN DREAMS (VIDEO)



9 - SILVERSTEIN - LOST POSITIVES
Al momento supersoft dei Garbage con "Milk", fa da contraltare questo pezzo energico e dinamico dei Silverstein. Seppur poco conosciuti alle nostre latitudini, dall'alto della loro quasi ventennale carriera costellata dalla pubblicazione di 8 album e svariati E.P., i Silverstein possono essere definiti uno dei gruppi-simbolo dell'intero movimento emo-core. Mi sono imbattuto quasi per caso nel loro ultimo disco "Dead reflection", mentre studiavo la playlist per questa chiacchierata, e quindi ammetto di essere piuttosto impreparato sulla loro discografia precedente:ma non è mai tardi per recuperare, giusto? Quello che posso dire è che "Dead reflection" è un lavoro di ottima fattura, e la "Lost positives" che ho aggiunto qui in extremis è senz'altro un brano dall'enorme potenziale; si apre con la voce quasi a cappella del frontman Shane Told, che viene risucchiata da una sferzata chitarristica da antologia volta ad introdurre una sequenza strofa/ritornello micidiale e di grande effetto. La combinazione, chiaramente vincente, viene doppiata fino al bridge dove subentra lo "screaming" tipico di molte produzioni post-hardcore. Questo pezzo è, da circa un mese, una presenza fissa nel mio lettore mp3, perchè si stampa con una facilità disarmante nella testa e non te lo togli più di dosso. Shane Told ha svelato, in un'intervista su Alternative Press che "Lost positives" è stata la prima canzone in assoluto su cui i Silverstein hanno lavorato per il nuovo disco, e che la versione pubblicata è completamente diversa dal demo registrato in origine:"è diventata qualcosa di completamente diverso da quello che abbiamo fatto fino ad ora; amo i suoi continui cambi di tempo, e mi piace il tipo di vibrazione che può trasmettere". Ancora una volta, si parla di tradimenti e bugie, tema ricorrente nelle produzioni emo:"Can you know what’s true living lies that kept me close to you lying is letting you go...Can you know what’s true? if lying is leaving, truth is just believing!". 
SILVERSTEIN - LOST POSITIVES (VIDEO) 
 

10-BLACK VEIL BRIDES-VALE(THIS IS WHERE IT ENDS)
"Vale" è il brano che da il titolo all'ultima fatica della rock band californiana Black Veil Brides, ed è un ballad posta in chiusura del disco. "L'origine del nome del nostro gruppo viene dalla fissazione che avevo durante l'infanzia per il cattolicesimo romano e l'immaginario dark che evoca", dice Andy Biersack, leader e cantante dei BVB, in un'intervista; "Il termine Black Veil Brides (spose dal velo nero) viene dalla chiesa. Nella cerimonia di consacrazione di una suora, questa è tenuta ad indossare un velo nero, simbolo dell'abbandono dei piaceri della vita. E' un discorso simile a quello di una rock band, i cui membri devono abbandonare molte cose nel perseguire ciò di cui sono appassionati o che adorano; la generale mancanza di santità richiamata da un'immagine così forte mi sembrava evocativa e sexy, perfetta per la nostra band". "Vale" è il quinto album del gruppo, e segue un filone dal forte appeal commerciale; ho deciso di lasciare per ultimo il pezzo in questione non solo per il titolo ("This is where it ends" - "Qui è dove finisce"), ma anche perchè lo vedo come una sorta di compendio di tutti gli artisti che ho citato fino ad ora. La musica dei BVB infatti attinge a piene mani dalla tradizione più moderna dell'alternative metal (Bullet For My Valentine), con l'aggiunta di un'impronta teatrale e cinematografica alla My Chemical Romance e di una matrice glam ed emo, che rendono la loro proposta fruibile un pò a tutti i livelli. "Vale" non sarà la ballad del secolo, ma è fresca fresca di pubblicazione, e se l'intuito non mi tradisce, ha le potenzialità di essere una di quelle destinate a lasciare il segno. 
Di certo, è un'ottima chiusura per una playlist di San Valentino piuttosto rockettara, diversa ed inaspettata. 
BLACK VEIL BRIDES - VALE (THIS IS WHERE IT ENDS)


E' stata una faticaccia, lo ammetto. E non mi ha fatto sudare tanto la scelta dei brani da inserire e di cui parlarvi, quanto l'attenzione nel non andare troppo fuori dal seminato:inizialmente avevo inserito pezzi degli HIM, di Adam Lambert, ed uno addirittura della colonna sonora dell'anime "Nana". Erano tutti brani che per un motivo o per l'altro sembravano pertinenti, ma che avrebbero allargato troppo gli orizzonti di ciò che intendevo - e si intende in generale - con il termine "emo". Qualche licenza si può prendere, ma non deve mai andare ad intaccare in modo esagerato l'idea di base. Certamente avrò modo di parlare, in seguito e con delle playlist più calzanti, di questi e tanti altri artisti.

Musica e letteratura vanno spesso a braccetto; per chi è arrivato a leggere fino a qui e volesse ampliare il discorso della festa di San Valentino anche sotto il profilo letterario, qui potrete trovare pane per i vostri denti:
ALL YOU NEED IS LOVE:DIECI LIBRI PER SAN VALENTINO

 
Nel frattempo, continua a piovere. I due ragazzi si incamminano, mano nella mano. All'improvviso lei si ferma, si leva uno degli auricolari dall'orecchio e lo mette in quello del ragazzo. Si allontanano così, uniti nei cuori che battono al ritmo delle stesse note.

Buon San Valentino a tutti gli innamorati. 
E buon San Valentino pure ai cuori solitari, in cerca di un'anima gemella. Questa playlist è anche per voi, perchè la musica è di tutti.
E per tutti.


giovedì 18 gennaio 2018

PLAYLIST : THE CRANBERRIES




Lo dico forte e chiaro:avrei voluto parlare dei Cranberries in un momento diverso.
Magari analizzando un nuovo disco appena uscito. 
Ma questa emorragia di perdite nel mondo della musica, purtroppo, mi porta a dedicare una chiacchierata sul quartetto irlandese con l'amarezza di non poter mai più sentire nulla che venga intonato dalla voce, unica ed inimitabile, di Dolores O'Riordan.
E quindi questa playlist, e questo mio scrivere, hanno almeno due motivi:la prima, è che le dita battono sulla tastiera cavalcando l'onda emozionale di una perdita che - per qualche ragione che ancora non riesco a mettere a fuoco - mi ha colpito al pari di quelle di Prince, George Michael e David Bowie; questi erano 3 mostri sacri per me, ma i Cranberries no, sono sincero, non lo erano. 
Non li consideravo tali, ed ultimamente non li ascoltavo neanche così spesso. Eppure devono aver lasciato nelle loro note, in qualche modo, un segno indelebile:forse perchè al loro periodo d'oro sono collegati molti ricordi piacevoli dei miei anni universitari, o semplicemente perchè, se alcune canzoni ti entrano nel cuore, anche se non le risenti spesso restano in vita lì dentro, da qualche parte. Il secondo motivo? è molto più semplice e lineare:ho voluto cogliere l'occasione per dedicare una sorta di tributo a Dolores ed ai Cranberries tutti, che con una manciata di dischi ed alcuni pezzi immortali sono entrati, di diritto, nella colonna sonora della mia generazione e di quella venuta subito dopo; perchè è impossibile che chiunque ami o abbia amato un pò il rock, un giorno di circa 20 anni fa non si sia ritrovato tra le mani quel cd intitolato "No need to argue", capolavoro del 1994 contenente l'indimenticabile "Zombie".
Proprio da qui inizia questa playlist, perchè anche per il sottoscritto il punto di partenza è stato quel brano; e mi piace ricordare quando e come lo scoprii, il mio personalissimo misunderstanding iniziale sul suo significato, e l'immediato amore per quella struttura semplice, quasi scolastica, impreziosita da quella voce così particolare. Quando tutto ciò avvenne, i Cranberries qui in Italia non erano ancora nessuno; divennero famosi nel giro di pochi mesi, e su questo, già allora, non avevo dubbi.
E allora, tirando un sospiro mi faccio coraggio, perchè ci attende un suggestivo flashback negli anni 90; vi racconterò cosa suonerei se dovessi scegliere 5 brani del gruppo di origine irlandese:nonostante l'atmosfera al momento sia divisa tra tristezza ed incredulità, sarà comunque bello ricordare alcuni passaggi salienti della loro carriera attraverso poche, ma sentite, righe.

1 - ZOMBIE
Era gennaio anche allora. 1994, cioè la bellezza di 24 anni fa. All'epoca, MTV era il canale di riferimento per chi adorava la musica, Napster e gli mp3 ancora non esistevano, ed era ancora permesso il noleggio dei cd. Avevo tra le mani una raccolta di hit da classifica inglesi, che esce ancora oggi:si chiama "Now that's what I call music". L'ultima traccia del doppio cd era "Zombie", firmato "The Cranberries", gruppo a me sconosciuto, e non solo a me, ma un pò a tutta l'Italia. In UK già andavano forte, perchè i cd della serie "Now" contengono solo pezzi entrati nella top 10 inglese. Quando ascoltai il brano, rimasi subito affascinato dallo stile sonoro:una sorta di brit-rock, decisamente più pesante e di chiara ispirazione grunge, per questo più vicino all'hard che al pop; per di più, interpretato - in modo esemplare ed originalissimo - da una donna (!).
Basandomi solo sul titolo, senza prestare attenzione al testo ed a quello che cantava la O'Riordan, mi ero convinto che fosse una qualche canzone a sfondo horror, o magari tratta da qualche film nello stile di George A.Romero. Mi chiesi come fosse possibile che questi Cranberries ancora fossero pressochè sconosciuti, perchè "Zombie" aveva un potenziale enorme; anzi, spaccava di brutto. "Sarà un successo", dissi tra me e me. E mentre per la prima impressione sul significato della canzone presi una toppa clamorosa, per quel che riguarda il mio orecchio sentii fin troppo bene:nell'arco di pochi mesi, "Zombie" suonava praticamente ovunque e "No need to argue", il cd da cui era tratta, iniziò a salire prepotentemente nelle classifiche di tutta Europa, Italia compresa.
Il pezzo di per sè ha una struttura molto semplice:si apre con un arpeggio acustico, doppiato dopo 4/4 dalla batteria e da una chitarra elettrica potente e decisa. Nel momento in cui il furore chitarristico si placa, entra la voce di Dolores che caratterizza l'intero brano a tal punto da trasformarlo in qualcosa di unico, mai sentito. E' un grido di rabbia, di dolore, con chiaro riferimento ai conflitti che all'epoca caratterizzavano l'Irlanda del Nord, anche se la stessa O'Riordan sottolineò in un'intervista che in realtà l'idea sul testo venne di getto, con un pensiero ben preciso: "Zombie fu scritta nello stesso periodo della bomba di Warrington nel Regno Unito. Non riguarda veramente l'Irlanda del Nord. Riguarda un bambino che è morto per colpa della situazione dell'Irlanda del Nord".
Nel testo si denuncia la crudeltà della violenza verso persone innocenti, e gli zombie sono coloro che attuano questa violenza rispondendo ai comandi provenienti dall'alto, senza neanche essere consapevoli del dolore che una madre può provare quando la vita di un figlio innocente viene spezzata:"Another mother's breaking
heart is taking over, when the violence causes silence we must be mistaken". L'accusa va giù con parole taglienti e pesanti come macigni nello stomaco:"It's the same old theme since nineteen-sixteen in your head, in your head, they're still fighting. With their tanks, and their bombs, and their bombs, and their guns, in your head, in your head, they are dying...". Il termine "nineteen-sixteen" è una data, il 1916, e fa chiaro riferimento all'Easter Rising - la rivolta di Pasqua - avvenuta quell'anno in Irlanda, in cui militanti repubblicani si ribellarono al fine di ottenere l'indipendenza dal Regno Unito. Fu la prima volta in cui vennero usati dei carri armati ("with their tanks") e sebbene la rivolta costituì un fallimento dopo pochi giorni, viene ancora oggi considerata una pietra miliare per la futura creazione dell'attuale Repubblica d'Irlanda. "Zombie" è uno di quei rari casi in cui si riesce a portare in cima alle classifiche un brano smaccatamente commerciale ma di grande qualità, per di più con un messaggio politico di denuncia.
Da qui in poi, la storia dei Cranberries cambia, e "No need to argue" li proietta definitivamente nell'olimpo delle rock band che contano.

2 - PROMISES
Uscita nel 1999 come singolo di lancio del quarto album del gruppo, "Bury the hatchet", "Promises" è un pezzo tirato, parente diretto di "Zombie", ma molto più ritmato e per certi versi anche più rabbioso, nonostante il tema trattato sia molto più leggero di quello del suo predecessore. Qui, infatti, si parla di un rapporto di coppia logorato da un'infinità di promesse mancate e di parole gettate al vento ("Oh, all the promises we made, all the meaningless and empty words I prayed, prayed, prayed..."). E' una donna che riversa tutto il veleno verso il suo uomo, e la rottura descritta è definitiva; l'unica via di uscita è andarsene:"She's going to leave him over, she's gonna take her love away. So much for your eternal vows, well it does not matter anyway...". Ancora una volta, è l'interpretazione vocale di Dolores O'Riordan a fare la differenza, ed a rendere "Promises" un pezzo di grande rilievo:l'artista irlandese ha una tonalità che può essere tanto dolce nelle ballads, quanto capace di graffiare in un ambiente rock, sinonimo di versatilità e capacità poco comuni. 
Il video, originalissimo, mostra un duello tra un cowboy ed una strega/spaventapasseri, dona all'impianto sonoro un tocco gotico che non guasta ed anzi, offre ulteriori chiavi di lettura. 
C'è stato un periodo in cui non c'era compilation in cui non inserissi questo brano; è legato ai miei anni di studi universitari, e mi ricorda una storia sentimentale che ho vissuto all'epoca. 
Il clip veniva trasmesso a ripetizione su MTV, e resta scolpito nella mia memoria come colonna sonora di quel periodo piacevole. Oggi come allora, posso solo constatare la longevità di questa canzone per le mie orecchie:perchè spesso la vado a ripescare, con la consapevolezza di poter rivivere quei momenti con un sorriso e tanta, tanta malinconia.

3 - SHATTERED
Ecco la prova che la voce di Dolores sa anche esprimersi magnificamente, con delicatezza e pathos, in un lento acustico. "Shattered" è ancora una volta un racconto amaro che nasce dalla delusione di una relazione sentimentale che sta per finire, dalle debolezze del proprio compagno, dalle bugie che tornano a far capolino nella coppia:"And I'm not very fond of you, and your lies...Shattered by your weaknesses, shattered by your smile". Stavolta l'effetto è lacerante, non agguerrito come in "Promises", a tal punto che è lo sconforto a prendere il sopravvento, e le cose che un tempo sembravano importanti adesso sono prive di significato ("And all the things that seemed once to be
so important to me, seem so trivial now that I can see..."). "Shattered" è un gioellino incastonato nel bel mezzo di "Bury the hatchet", album di ottimo livello, inferiore solo a "No need to argue". Pur non essendo mai uscita come singolo, e per questo priva di video promozionale, resta una delle canzoni più apprezzate dai fans dei Cranberries, a dimostrazione che un buon disco non si costruisce solo su dei brani di punta:è l'insieme che fa la differenza, e spesso sono le seconde linee a decretarne il successo.

4 - EVERYTHING I SAID
Quando finalmente riuscii a comprare "No need to argue", oltre che su "Zombie" la mia attenzione si focalizzò suill'iniziale "Ode to my family". Amavo la semplicità di quel brano, che avvolgeva le orecchie, delicato come una piuma. Era piazzato non a caso come prima traccia:scelta un pò anticonvenzionale, che però funzionava alla grande. Ad entrarmi nelle viscere, a provocarmi brividi sulla schiena ed a farmi sognare ad occhi aperti, però, fu "Everything I said". E' uno degli episodi minori del disco, ma signori:è un gran pezzo, andatela a ripescare se non ve la ricordate! Qui la voce di Dolores è struggente, commuove e ti stravolge l'anima; lo snodo di questo coacervo di emozioni è nel pezzo in cui intona queste parole:"But you have a heart,don't believe it, and you will find it, waitin' on... Everything I said, oh, well I meant it, and inside my head holdin' on...". Ho perso il conto di quante volte ho ascoltato e riascoltato questa ballad, tanto essenziale quanto incisiva; tutte le volte, l'effetto è stato lo stesso. 
E' anche la prima canzone che mi sono precipitato a recuperare dal mio archivio dopo aver saputo della scomparsa dell'artista irlandese. Ve lo garantisco...nonostante in 30 anni abbia ascoltato musica di tutti i generi, non ho nessun dubbio ad affermare che sono ben pochi i brani con una struttura così scarna e diretta capaci di raggiungere questo climax.

5 - RUPTURE
Vince il ballotaggio per la quinta selezione della mia playlist, un inedito dell'ultima raccolta acustica pubblicata dai Cranberries appena un anno fa. "Rupture" è un altro pezzo semplicissimo, dal testo ripetitivo e privo di originalità ("Maybe maybe, maybe maybe someone...Maybe maybe, maybe maybe something..."). In un contesto del genere, si potrebbe pensare ad una nenia deprimente da saltare a piè pari. Eppure qui, ancor di più che in passato, la O'Riordan ti lascia paralizzato ad ascoltare, tutto d'un fiato e fino alla fine; dimostra di avere ancora una gran voce, ed una capacità pazzesca ed assolutamente unica di impreziosire l'ennesimo impianto acustico scarno ed elementare. Viene da pensare (mi perdonino i fratelli Hogan e Fergal Lawler, ovvero gli altri membri del gruppo) che i Cranberries senza Dolores sarebbero stati davvero poca cosa.
Ovvio poi, che in questi ultimi giorni la malinconia che pervade l'intero brano si è all'improvviso elevata all'ennesima potenza, e per questo probabilmente la mia scelta di inserirla in questa playlist è stata dettata da un discorso emozionale. Ma ci sta, perchè in fin dei conti sono passati diversi mesi dalla sua uscita, eppure ho continuato ad ascoltarla senza ancora essermene stancato.
L'album "Something else" offre la possibilità di ascoltare anche i classici della band in versione "soft" ed unplugged:fa strano risentire anche un pezzo come "Zombie" completamente spoglio, e personalmente non amo in modo particolare questo tipo di operazioni, sebbene le consideri interessanti. Il perchè è presto detto:alla resa dei conti, se si vuole sentire "Zombie" si va a riprendere, 10 volte su 10, la versione originale.  
E' pur vero che i Cranberries tornavano da un periodo piuttosto lungo di inattività, Dolores O'Riordan era rientrata da poco nel gruppo dopo aver tentato la carriera solista, ed il quartetto si stava rimettendo in moto anche con un tour; la presenza di materiale inedito avrebbe chiaramente portato in futuro alla pubblicazione di un nuovo album. 
Dubito che avremo a breve giro di posta questa possibilità:se ci sarà, il significato che gli daremo sarà inevitabilmente diverso.

Al solito la scelta non è stata per niente semplice. Trovo doveroso menzionare almeno altri 3 pezzi che costituiscono senza dubbio delle pietre miliari per molti amanti del gruppo irlandese e del rock in generale; "Ode to my family", di cui ho già parlato prima, ne è un chiaro esempio. Ma non posso fare a meno di ricordare "When you're gone", tratta da "To the faithful departed" (disco che ho purtroppo trascurato in questa sede); E' un classico lentone 
strappa-lacrime sui generis:indovinate per merito di chi. 
Terzo brano che ho dovuto escludere, mio malgrado, è "Just my imagination", anch'esso dal sapore malinconico:si ricordano i tempi passati, la gioventù ormai andata, quando tutto era più facile e si poteva vivere fuori dalla realtà:"There was a game we used to play, we would hit the town on friday night, stay in bed until Sunday...We used to be so free, we were living for the love we had, living not for reality...". I Cranberries, con una melodia ariosa e la solita maestrìa nel dare colore ad una proposta apparentemente scontata, donano un affresco dei pensieri che ci portiamo un pò tutti dentro, inserendosi con questo pezzo nel filone alla "Forever young" (Alphaville) o alla "High hopes" (Pink Floyd) per intenderci, ma con uno spirito più leggero e spensierato che amaro. 

C'è un racconto di Stephen King, tratto dalla raccolta "Incubi e deliri", che si intitola "E hanno una band dell'altro mondo" ("You know they got a hell of band"). Narra la storia di una coppia che durante un viaggio in macchina si perde, ed arriva in un paese dell'Oregon non segnato sulla mappa con l'improbabile nome di "Paradiso del Rock n' Roll". Le persone che vedono in giro sembrano in qualche modo familiari, e realizzano che la cameriera del ristorante è Janis Joplin, mentre per strada incontrano Buddy Holly, Roy Orbison e Jim Morrison. Quando tentano di lasciare la città, vengono fermati da un blocco stradale ed incontrano il sindaco Elvis Presley, il quale li informa che gli è vietato andarsene: non sono le sole persone 'normali' in città e, da ora in avanti, si uniranno al pubblico che ogni notte è obbligato ad assistere ai mega concerti che vengono proposti, e resteranno lì per sempre. 
Non credo nè in un inferno, nè in un paradiso, ma mi piace pensare che questa città esista, da qualche parte, nell'aldilà.
Ed è lì che un giorno vorrei andare. 
Lì, in quelle strade dove rieccheggiano le melodie che negli ultimi 30 anni ho scoperto, ho amato, ed ascoltato fino allo sfinimento. 
Lì dove ritroverei quella musica che ultimamente, in questa esistenza, si sta consumando come un castello di sabbia assalito dall'alta marea. 
Lì dove potrò riassaporare un live di Michael Jackson, rivedere all'opera anche Prince, Freddie Mercury, David Bowie e Kurt Cobain (solo per citarne alcuni), e scoprire il sapore di un John Lennon ispirato ed un Elvis in piena forma, pronto ad intonare una "Hound dog" scatenando la folla. 
Una selezione da sogno, alla quale mancava una voce come quella di Dolores O'Riordan:da oggi, in quel posto, nella scaletta di quel festival immortale, c'è anche lei.
Sì, lo dico forte e chiaro:avrei voluto parlare dei Cranberries in un altro momento.

(R.D.B.)

domenica 14 gennaio 2018

SUMMONING - WITH DOOM WE COME (2017)
LABEL : NAPALM RECORDS
FORMAT : LIMITED EDITION 2xGREEN VINYLS
                   (NAPALM RECORDS EXCLUSIVE)




Dalle gelide lande alpine, nel cuore dell'inverno (ogni riferimento al titolo di uno dei lavori degli Immortal NON è casuale) ed in modo quasi del tutto inatteso, torniamo a parlare di metal estremo. Il motivo è un evento non di poco conto:il ritorno dei Summoning; il duo austriaco - i cui membri si celano sotto i nomi di Silenius e Protector - si ripresenta sul mercato discografico dopo anni di assenza dalle scene metal (5, per l'esattezza), proprio mentre nella mia mente i tempi di "Minas Morgul" (risalente al 1995 e primo vero disco dell'allora esordiente gruppo) sembravano ormai uno sbiadito ricordo; con quel lavoro conobbi i Summoning ed il loro stile molto particolare e ricercato, ma è con "Stronghold", il full-lenght del 1999, che la coppia di blacksters mi conquistò:ricordo di aver letteralmente consumato quel cd, ed ancora oggi è un piacere piazzarlo sul lettore e rivivere quelle atmosfere cupe ma allo stesso tempo epiche e maestose. 
Eh già, perchè proprio di questo si parla quando si citano i Summoning; sebbene le mani ( e le menti) al lavoro siano solo quelle di due persone, il loro impianto sonoro è di tutto da rispetto; Silenius e Protector fanno praticamente tutto da soli, in modo grezzo e diretto, per niente artefatto, da non sembrare neanche rifinito e rivisto prima di dare alle stampe, ed è forse proprio per questo che risulta più vero e affascinante. E cosa ancora più sorprendente, sin dal loro esordio non hanno cambiato di una virgola la loro proposta, che è diventata una sorta di "garanzia" per i loro aficionados.
Per quel che mi riguarda ammetto che, dopo "Stronghold" ed il successivo "Let the mortal heroes sing your fame", ho perso completamente perso di vista i Summoning per un bel pò. I lavori del 2006 e del 2013 ("Oath Bound" e "Old mornings dawn") sono sconosciuti alle mie orecchie; è una lacuna personale dovuta senza dubbio al mio allontanamento dalla scena metal; solo nell'ultimo biennio ho riscoperto l'amore per questa scena, sia rispolverando i vecchi lavori che mi fecero innamorare di questo genere, sia scovandone di nuovi. Ed è così che, all'improvviso, girando per i vari siti a tema in cerca di news, ad ottobre mi sono imbattuto nella notizia del nuovo album dei Summoning in arrivo nei primissimi giorni di questo anno nuovo, accompagnata da un trailer di circa un minuto in cui si poteva ascoltare uno stralcio di un brano tratto dal lavoro. La scintilla che ne è derivata, ha lentamente dato il via al piccolo fuoco di attesa, che è diventato incendio dopo aver ascoltato altri segmenti dello stesso brano nei trailer successivi pubblicati dal canale Youtube della Napalm Records
Sicuramente la similitudine del fuoco, in una recensione di un disco black metal potrebbe sviare molti di voi:il rimando a Burzum ed a tutto il filone nordico di devastazioni di chiese, omicidi e tematiche a sfondo satanico di cui Mayhem, Satyricon e Darkthrone erano grnadi esponenti, potrebbe far pensare che anche qui si parli di un disco simile a quelle produzioni; ma fate bene attenzione:non è così. Non lo era allora, e non lo è neanche adesso, perchè la musica degli austriaci è sì, opprimente e ripetitiva in alcuni casi, ma ha una forte componente melodica, una struttura per niente scontata, ed un'andatura epica che nasce dai testi completamente basati sui lavori del grande J.R.R.Tolkien.
E' evidente, quindi, come il risultato sia affine a quel tipo di black metal solo dal punto di vista delle chitarre distorte e persistenti, ma con degli ingredienti totalmente differenti, che nel tempo hanno definito non solo uno stile originale, ma addirittura unico.
Questo nuovissimo lavoro si chiama "With doom we come", e non nego che la scelta di questo titolo mi abbia, da subito, ispirato: perchè starebbe bene in un qualsiasi manoscritto in antico germanico, e perchè esprime l'idea di un ritorno prepotente e leggendario. Il disco, come già anticipato, ricalca ciò che Silenius e Protector hanno sempre proposto:atmosfere essenziali, e chitarra sempre in secondo piano con un dominio, anzi un tripudio di tastiere e sintetizzatori; a tutto ciò, si vanno ad aggiungere poche linee vocali, ben delineate ma non sempre comprensibilissime, spesso accompagnate da inserti parlati che offrono un tocco più drammatico all'insieme.
E così, appena si è presentato l'occasione di dare nuovo vigore a questo incendio che si stava già espandendo nelle mie corde, non mi sono fatto pregare:dal sito della Napalm Records ho ordinato l'edizione in vinile colorato di questo "With doom we come", a scatola chiusa, senza avere idea di come sarebbe stato, ma con un'unica certezza:avrei ritrovato i Summoning di una volta.
Fedelissimi alla loro tradizione ormai ventennale, fatta di strutture minimal, ossessive e spesso ai limiti della litania, gli austriaci propongono pochi brani dalla durata complessiva piuttosto lunga; l'album si chiude poi con il brano principale, il cui minutaggio rappresenta quello di un suite vera e propria, che è in parole povere il "riassunto" dell'intera opera.
E', questo, un percorso, che mi fece andare fuori di testa con "Stronghold":il breve accenno tastieristico di "Rhun" (l'intro di quel disco) veniva poi ripreso nei minuti finali della conclusiva "A distant flame before the sun", rappresentando quasi una liberazione da quella nube grigia che il duo aveva dipinto per quasi un'ora, in una chiusura epica e magnificente. Qui, ad introdurci in questo nuovo capitolo ispirato dalla mitologia Tolkeniana, non c'è un intro che viene poi richiamato nel finale, ma il risultato non cambia; e quindi, la chiusura è ancora una volta ad effetto, ma l'opener 
"Tar-Calion" è il principio di fiamma che poi farà divampare il fuoco; il brano non presneta parti vocali in growl, ma solo alcuni interventi narrati che, abbinati al solito tappeto tastieristico ed alla drum machine, ricordano all'ascoltatore l'essenza scarna dello stile "Summoning", pomposo quanto vi pare, ma mai pacchiano nè poco credibile. Il tema principale questa volta è il "Silmarillion" di Tolkien, che, insieme ad altre opere dello stesso autore, forma una estesa (ed anche incompleta, ahimè) narrazione; è qui che Tolkien descrive l'universo di Ea, nel quale si trovano le terre di Valinor, Beleriand, Numenor e la Terra Di Mezzo, nell'ambito della quale si svolgono "Lo Hobbit" e "Il Signore degli Anelli". 
Tornando all'album, con la successiva ed imponente "Silvertine" si entra veramente nel vivo del lavoro, che cresce brano dopo brano:il disco è inframmezzato dalla strumentale "Barrows-Down", pezzo strumentale di circa 3 minuti, e raggiunge i picchi massimi con le splendide atmosfere di "Night fall behind" dove le tastiere si ergono a dominatrici dell'intero corpus sonoro, e nella particolarissima "Herumor":qui la batteria elettronica ha un incedere incalzante e continuo per tutti i suoi 7 minuti di vita, caratterizzato anche dalla presenza di cori che ne enfatizzano la drammaticità; c'è anche un pizzico di elettronica (mai invasiva) che si incastona alla perfezione con il sound del duo austriaco.
Ma è con la finale "With doom I come" che i Summoning offrono un affresco definitivo del loro lavoro, esattamente come hanno sempre fatto vent'anni or sono con il capolavoro "Stronghold" ed un pò in tutte le loro produzioni passate:sono 11 minuti ad alto tasso onirico ed evocativo, con il growl di Silenius che infila ossessivamente, fino alla fine, una serie di strofe da antologia:
"There once, and long and long ago
Before the sun and moon we know
Were lit to sail above the world
When first the shaggy woods unfurled

Death to light, to law, to love
Cursed be moon and stars and stars above
May darkness everlasting old
Drown Manwë, Varda and the shining sun

Death to light, to law, to love
Cursed be moon and stars and stars above
May darkness everlasting old
Drown Manwë, Varda and the shining sun...
"

Il pezzo presenta 2 inserti "acustici" che interrompono momentaneamente la tematica sonora di base, inseriti ad arte per rendere il risultato più frastagliato e per niente noioso; tutti quei minuti potrebbero far pensare ad una palla pazzesca, ed invece volano e spariscono senza che l'ascoltatore se ne accorga. Personalmente, credo che riuscire in un'impresa del genere nasconde dei grandissimi meriti da parte degli autori, e se dopo numerosi ascolti si continua ad andare a cercare questo brano mastodontico, vorrà dire che lascerà il segno nelle nostre playlist anche in futuro.
"With doom we come" è prodotto piuttosto maluccio, questo va detto; è una costante di tutti i lavori dei Summoning, che come già specificato sopra, tendono all'essenzialità e poco alla forma:ne consegue un sound sporco, scarno e molto povero,  dove spesso gli strumenti risultano impastati e poco limpidi all'ascolto.
E'questa, una peculiarità delle loro produzioni, e credo - anzi, ne sono sicuro - che sia anche voluta:Silenius e Protector vogliono che suoni così, sporco, brutto e rozzo. A tal riguardo, vorrei riprendere le parole di una recensione di Andrea Bosetti, pubblicata su una pagina del sito web  "Noisey" e di cui vi rimetto il link:

With Doom We Come - Recensione su Noisey di Andrea Bosetti

Bosetti analizza disco e storia dei Summoning in modo dissacrante, ma assolutamente efficace:
"Coerenza, dicevo prima. Perché nel 2017 i tre quarti dei batteristi del mondo black metal venderebbero la propria collezione di dischi per poter suonare la batteria su un disco dei Summoning, ma i Summoning un batterista non lo vogliono. Così come non vogliono dei campionamenti moderni, delle ritmiche accelerate, né qualsiasi cosa che possa rischiare di rendere il loro sound meno personale e distintivo.
Ricordo, all’epoca dell’uscita di "Oath Bound" un’intervista rilasciata alla defunta "Flash" (rivista musicale specializzata in metal, n.d.c.) in cui Protector raccontava di come, una volta terminato il lavoro su un nuovo album, partisse per una camminata sulle montagne in cui ascoltare in santa pace e assoluto isolamento il proprio operato prima di pubblicarlo, per poterlo valutare e riconsiderare a mente lucida. Da allora mi piace immaginare lui e Silenius lì, appollaiati su un cucuzzolo delle Alpi austriache, a contemplare dall’alto il mondo che cambia ai loro piedi e soprattutto la vastità del cazzo che gliene frega. Perché i Summoning continueranno a suonare esattamente come i Summoning anche dopo la Dagor Dagorarth ("Battaglia delle battaglie" o "Battaglia finale", evento immaginario creato da J.R.R.Tolkien per il suo "Silmarillion" - n.d.c.).".

"With doom we come" non è un disco per tutti, e può risultare ostico sia agli amanti del metal estremo (che non ne sopporterebbero gli inserti troppo melodiosi), sia ai metallers classici (che potrebbero trovare rivoltante l'uso di una drum machine). Figuriamoci un ascoltatore medio e poco avvezzo a chitarre distorte e growls vocali! 
Detto questo, i Summoning sono un'entità a sè stante, al di fuori di qualsiasi schema:offrono opere uniche nel loro genere, e quindi o si amano o si odiano. Questo disco, come tutti gli altri, va considerato nel suo insieme, perchè ogni singolo brano va vissuto ed analizzato con le proprie orecchie per coglierne le sfaccettature ed i dettagli che spesso ad un primo ascolto sfuggono. Avrete notato che, a differenza di altre volte, ho citato pochi titoli e ho preferito più chiacchierare che entrare nei dettagli; descrivere un disco dei Summoning è come analizzare gli alberi di una foresta dall'alto, ed a prima vista tutto vi può sembrare uguale, sia a livello cromatico che di insieme; ma non è così:se ci si addentra in quella foresta, quante sorprese e quanta vita ci si può trovare?
Vi garantisco che il solo scrivere di "With doom we come" mi ha fatto tornare la voglia di piazzare il disco sul piatto. Per chi volesse provare ad accostarsi ai Summoning, suggerisco tanta pazienza ed attenzione; non è semplice, ma vale la pena provarci. 
Perchè se vi entreranno nelle corde, non ne potrete fare più o meno.

VOTO : 8/10
BEST TRACKS : "WITH DOOM I COME", "NIGHT FALL BEHIND", "HERUMOR"



mercoledì 20 dicembre 2017

R.E.M. - AUTOMATIC FOR THE PEOPLE (1992)
(25TH ANNIVERSARY BOXSET:2017)
LABEL:WARNER BROS/CONCORD MUSIC'S CRAFT
FORMAT:ANNIVERSARY BOXSET 4 CD+BOOK







"Se fossi costretto a vivere in un'isola deserta, quali dischi porteresti con te?"
Quante volte, in una conversazione spensierata tra amici, abbiamo risposto ad una domanda del genere? 
Ebbene, a me questo dilemma è stato posto più volte in svariati campi, dalla letteratura al cibo, fino ad arrivare al grande amore della mia vita, cioè la musica. E certo, mentirei se vi dicessi che se dovessi scegliere un album, UNO solo, porterei quello che di cui vi sto per parlare; ma se avessi la possibilità di sceglierne....diciamo una decina? ebbene, "Automatic for the people" dei R.E.M. troverebbe senz'altro posto nello zaino (valigetta, bisaccia, lettore mp3 o quel che vi pare) del sottoscritto.
E lo dico davvero senza alcun dubbio, per diversi motivi che piano piano illusterò. Intanto vi basti sapere che è stato uno dei primissimi cd che ho acquistato, nel lontanissimo 1992, appena uscito; già per questo, porta con sè un mucchio di ricordi legati alle mie prime scoperte musicali. Inoltre, è un album che é stato capace, con almeno un paio di canzoni, di fulminarmi al primo ascolto; le ho letteralmente consumate allora, ed ancora oggi le vado a ripescare ciclicamente. Sono brani, questi, che non mi scrolleró più di dosso. Se a tutto ciò si aggiunge che è unanimamente riconosciuto come uno degli album rock più belli ed influenti degli anni '90, è evidente come il mio gusto personale, questa volta, si vada a sposare con quello di molta altra gente a cui questo disco è entrato nelle vene.
Quest'anno, i R.E.M. hanno celebrato a dovere il 25esimo anniversario dall'uscita di "Automatic", con il box che si vede nella foto, della stessa grandezza di un vinile:stavolta, peró, nessun pezzo di plastica tondeggiante e nero; una volta aperto, nello scatolone ci si può trovare uno splendido libro in copertina rigida pieno zeppo di foto quasi tutte inedite, scattate da Anton Corbijn e Melodie McDaniel tra il 1992 e il 1993, oltre a ben 3 cd ed un bluray, così suddivisi:
  • cd1 - L'album originale
  • cd2 - Live at 40 watts club del 1992
  • cd3 - Demo e work in progress dell'album
  • cd4 - Bluray con l'album in 5.1 ed i video
"Automatic for the people" è l'ottavo disco di Michael Stipe, Peter Buck, Mike Mills e Bill Berry,  uscito nel 1992 a solo un anno di distanza da "Out of time", l'album che li portò al successo planetario grazie anche ad un singolo fortissimo come "Losing my religion", e brani orecchiabili e radiofonici come l'indimenticabile "Shiny happy people". I R.E.M. che si affacciano al nuovo anno, sono quindi una band sulla bocca di tutti e sulla cresta dell'onda, ed il successore di "Out of time" non tarda ad arrivare.
"Automatic" nasce, infatti, dalle stesse sessions del suo predecessore, ma sotto una stella diversa, portandolo ad esserne tutto l'opposto; "Out of time" era un album solare, a tratti leggero e fondamentalmente gioioso, seppur con il classico retrogusto dolce-amaro tipico della band di Athens e del songwriting di Stipe. Contrariamente a quello che ci si poteva aspettare, il suo seguito é invece cupo, malinconico nelle sonoritá e molto piú riflessivo nei testi. É un cambiamento radicale e per certi versi spiazzante, preannunciato giá dalla stessa copertina, dove le tonalità non sono piú colorate ma nere e grigie; quell'ornamento a stella che in realtà è il vecchio logo presente (anni fa) sul cartello del Sinbad Motel di Miami, adiacente alla sala di registrazione del gruppo, venne scelto perché inizialmente l'album doveva chiamarsi "Star". Quando il titolo venne cambiato in "Automatic for the people" (motto di un ristorante della Georgia), i R.E.M. decisero di non intaccare l'aspetto grafico della cover, e la fotografia rimase la stessa:in effetti, c'è da dire che questa scelta rappresenta in modo emblematico l'aspetto più intimo e malinconico dell'intero disco.
L'opener, "Drive" è lo specchio di quel che poi é tutto l'album:introdotta da semplici arpeggi di basso, in tonalità discendente, ed accompagnata dalla chitarra acustica di Peter Buck, è claustrofobica ed introspettiva; le vocals evocative di Michael Stipe le danno, inoltre, un tocco solenne. "Drive" è anche il compimento del percorso poetico ormai maturo del leader della band, che qui più che in passato affina il suo modo di esprimere in modo ermetico e criptico dei concetti solo apparentemente poco comprensibili.
Ad un'analisi superficiale, interpretare il senso di "Drive" non è per niente facile; però, dietro le parole slegate, è celato senza dubbio un messaggio politico ed anche sociologico, rivolto ai ragazzi ("Hey, kids, Rock'n'Roll") che devono essere più padroni del loro destino e prendere in mano la propria vita ("Nobody tells what to do"); il continuo ripetere "Tick tock" può lasciar intendere il passare del tempo, effimero, con gli anni della gioventù che sfuggono velocemente, portandoci improvvisamente ad essere adulti:le possibilità si restringono, le strade da scegliere diminuiscono e tutte le opzioni che si hanno da ragazzi, i "What if" (i famosi "...e se?" su cui è costruito l'intero testo) vengono schiacciati dalle responsabilità e dalla vita quotidiana.
"Smack, crack, bushwhacked
Tie another one to your racks, baby
Hey kids, rock and roll
Nobody tells you where to go, baby
What if I ride, what if you walk?
What if you rock around the clock?
Tick-tock, tick-tock
What if you did, what if you walk?
What if you tried to get off, baby?
Hey, kids, where are you?
Nobody tells you what to do, baby...
"

Mike Mills, ad una specifica domanda sul significato di certe canzoni dei R.E.M. e su "Drive" in particolare, disse:"Non ho idea di cosa significhi realmente; il senso è talmente sottile che può essere interpretabile in modo più leggero, come per la canzone "Stand", od anche analizzato parola per parola. Puoi apprezzare un brano su qualsiasi livello, e mi piace questa cosa perchè, tirando le somme, quello che dice una canzone è solo un dettaglio, ed i testi sono l'ultima cosa che ascolto".
"Drive", oltre ad aprire il disco, ne è anche il singolo di lancio; e sebbene sia un brano di difficile interpretazione ed anche poco commerciale (in radio, all'epoca andò pochissimo e in classifica non riuscì ad entrare nella top 10 della stragrande maggioranza delle classifiche mondiali), è un grandissimo pezzo d'atmosfera, ben strutturato, e seppur ripetitivo mai noioso (quando rischia di diventarlo, irrompe a sorpresa la chitarra elettrica, capace di proiettare la canzone verso lidi decisamente più rock). L'arrangiamento per archi è magistrale, perchè non è mai dominante sulla struttura del brano; va a chiudere ogni linea di basso alla perfezione, arrivando persino a "duettare" con le chitarre in un ensemble efficace ed incisivo. "Drive" è uno dei 4 brani del disco ad offrire questo tipo di rifinitura orchestrale, creata ad arte dal bassista John Paul Jones dei Led Zeppelin (gli altri sono "The sidewinder sleeps tonight", "Everybody hurts" e "Nightswimming"), ed è un richiamo ai precedenti inserti appena accennati in "Out of time" (avete presente "Shiny happy people"?). 
Ultimamente, grazie a youtube ho anche scoperto una performance live del brano in Germania, a Wiesbaden, che risale al 2003:consiglio a tutti di andarla a vedere, anche per apprezzare il carisma di un'artista magnetico come Stipe. Sia questa interpretazione dal vivo, che la versione "demo" che si può ascoltare sul terzo cd del boxset dell'anniversario, sono state capaci di regalarmi gli stessi brividi che provai la prima volta con la versione originale.
Seguendo la linea tracciata da "Drive", "Automatic for the people" prosegue con la triste "Try not to breathe", che racconta i pensieri  di un anziano in fin di vita, soddisfatto per tutto quello che ha avuto ed ottenuto; egli vorrebbe che la persona che gli sta al fianco in questi ultimi istanti, ricordi i suoi occhi ancora vivi ("...And these are the eyes I want you to remember"), prima che decida di trattenere il respiro e lasciare che il suo spirito voli sulla sua tomba ("I need something to fly nover my grave again"). Un passaggio chiave del testo, è nella frase "I will try not to worry you", che analizza uno degli aspetti più tristi dell'essere anziani:quello di sentirsi come un peso, un intralcio per chi si prende cura di loro; per quanto ci si sforzi di cambiare loro idea, questa è una convinzione che li accomuna e che raramente si riesce a cancellare.
Terza traccia del disco, è "The sidewinder sleeps tonite", che interrompe per un momento l'atmosfera greve creata dai due pezzi iniziali. "Sidewinder" è infatti quanto di più vicino a "Out of time" i R.E.M. potevano proporre, ed è una momentanea fuga dalla tristezza generale di cui è farcito questo lavoro del gruppo.
Peter Buck, a riguardo, disse:"Abbiamo inserito questa canzone per spezzare l'umore prevalente dell'album, che è liricamente fondato su temi come la mortalità, il suicidio ed il passare del tempo; sentivamo che c'era bisogno di un punto di luce". 
"The sidewinder sleeps tonite" è anche uno dei pochi pezzi veramente rock dell'album, ed è orecchiabile quanto basta per essere stato preso in considerazione come terzo singolo; il successo riscosso è la chiara dimostrazione di quanto la melodia sia trascinante ed indovinata. 
La quarta traccia offre un altro highlight rilevante:"Everybody hurts", che oltre ad essere riconosciuta più o meno da tutti come una delle più belle ballate rock di sempre, è intima, struggente e capace di entrarti nel cuore con la sua semplice profondità. Costruita su un arpeggio di chitarra acustica, successivamente impreziosito da un tappeto d'archi favoloso, la canzone è un inno contro il suicidio che, con le sue parole, cerca di infondere coraggio a chi si sente deluso ed affranto dalla vita; è un grido coraggioso di resistenza al dolore, alla depressione ed al malessere di chi sente di non farcela, con Stipe che sul finale ripete ossessivamente "hold on" ("Resisti"). L'entrata della chitarra elettrica a metà del brano è magistrale, da pelle d'oca, mentre le parole "don't throw your hand" sovrastano il muro del suono creato dalla band, a riprova di un brano splendidamente realizzato ed interpretato:
"When the day is long
And the night, 

the night is yours alone
When you're sure 

you've had enough
Of this life, well hang on
Don't let yourself go
'Cause everybody cries
And everybody hurts sometimes
Sometimes everything is wrong
Now it's time to sing along
When your day is night alone 

(Hold on, hold on)
If you feel like letting go

If you think you've had too much
Of this life, well hang on
'Cause everybody hurts
Take comfort in your friends
Everybody hurts
Don't throw your hand, oh no
Don't throw your hand
If you feel like you're alone
No, no, no, you are not alone...
"

Il video, diretto da Jake Scott, è stato girato a San Antonio, in Texas, e mostra un'autostrada congestionata da un ingorgo mentre da un cavalcavia Stipe dissemina le pagine di un libro. Scorrono quindi i volti muti delle persone che occupano le numerose autovetture:alcuni sottotitoli, molto suggestivi, alternano parole del testo a passaggi della Bibbia, e rappresentano i pensieri reconditi della gente nelle auto, tutti accomunati da stati d'animo chiaramente negativi. Con il sopraggiungere del finale, nel preciso istante in cui Stipe intona "hold on", tutti i viaggiatori scendono con calma dalle loro macchine e si incamminano, senza una meta apparente ma con passo lento ma deciso, per poi sparire senza lasciare traccia. 
É un gesto semplice, che rappresenta una reazione:non una rinascita definitiva, ma un cambiamento. E' senza dubbio un video ad effetto che ben rappresenta, metaforicamente, il malessere che molti si portano dentro e che diventa un circolo vizioso costante con cui fare i conti giorno dopo giorno. Lo splendido messaggio è carico di speranza, sia nella canzone stessa che nel video.
Nel box celebrativo, sempre sul terzo cd, è presente un bellissimo sguardo al "dietro le quinte" della creazione di questa canzone:celato sotto il nome di "Michael's organ", il work in progress vede lo stesso Stipe alla tastiera, intento ad accennare appena il testo (evidentemente ancora non pronto). Sono piccole gemme, queste, che non fanno altro che impreziosire la storia di un pezzo che amiamo in modo particolare, oltre a farcelo vedere sotto un'altra ottica senz'altro più umana, più vera.
Le successive "Sweetness follows" e "Monty got a raw deal", pur essendo degli episodi minori del disco, non si discostano dalle cupe tematiche che pervadono l'intero "Automatic for the people":"Monty got a raw deal" in particolare, è dedicata all'attore Montgomery Cliff, attore degli anni 50, che non riuscì più ad ottenere contratti dopo aver reso pubblica la sua omosessualità. Musicalmente, "Monty" può sembrare più leggera, ma l'aspetto malinconico si percepisce chiaramente nelle persistenti tastiere che guidano l'intero brano. "Sweetness follows" invece, parla della morte dei genitori, ed è intensa e molto più vicina come sonorità (ma anche come tematiche) a "Try not to breath".
Una sferzata di rock rabbioso arriva con "Ignoreland", attacco aperto alla presidenza Reagan ed all'allora presidente Bush padre ("TV tells a million lies. The paper's terrified to report
anything that isn't handed on a presidential spoon" - "La tv dice milioni di bugie, ed i giornali hanno paura di riportare tutto ciò che va contro il presidente"). E', questa, una tematica ricorrente nei lavori dei R.E.M., già affrontata in passato con la canzone di denuncia "It's the end of the world as we know it" e ripresa poi più avanti con "Bad day". La voce di Stipe, carica di effetti al limite della distorsione, si scaglia senza pietà contro il malgoverno inanellando una frase dopo l'altra, denunciando un sistema malato e pilotato creato dal popolo stesso. Le cose non cambieranno, ma l'averlo gridato fa già stare meglio ("No solution, spleen-venting. But I feel better having screamed. Don't you?").
"Star me kitten" è, forse, il brano più debole dell'intero disco:non inascoltabile, ma statico ed a tratti noisetto; nel complesso, è solo una piccola pausa prima della chiusura esplosiva (e preso così, risulta essere senz'altro più accettabile). Lo seguono, infatti, "Man on the moon", "Nightswimming" e "Find the river", un trittico di altissimo livello che garantisce una chiusura di tutto rispetto ad un album che rasenta la perfezione.
"Man on the moon" rappresenta un pò tutto l'universo musicale dei R.E.M.:acustica, e per questo delicata, ma con una melodia vincente che cresce fino al ritornello arioso e di grande impatto.
Ricordo che ad un primo ascolto non rimasi particolarmente impressionato, ed anzi, rimasi persino stizzito quando venni a sapere che era stata scelta come secondo singolo; evidentemente all'epoca ero ancora un ragazzo poco esperto, e non avevo colto la scarna semplicità del brano, che abbinata ad una chiara impronta country/rock aveva, già allora, tutti i crismi per diventare un classico del genere. Col tempo, si sa, si rivalutano tante cose, o semplicemente le si guardano da un punto di vista diverso (o si ascoltano con un orecchio diverso). Ho dovuto, gioco forza, rivedere il mio giudizio affrettato:volta dopo volta, "Man on the moon" è diventata, per me, fondamentale ogni volta che ho voglia di suonare qualcosa di Stipe e soci. L'averla bistrattato, equivale ad aver preso una cantonata colossale per il sottoscritto. 
Il testo ricorda molti elementi degli anni 70, e della gioventù di quell'epoca:vengono citati i "Mott the Hoople", i giochi "Twister" e "Risiko", Elvis (immancabile) e soprattutto Andy Kaufman, attore comico piuttosto trasgressivo dell'epoca, a cui è rivolta e dedicata la canzone:
"Mott the Hoople 
and the game of Life
yeah, yeah, yeah, yeah
Andy Kaufman 
in the wrestling match
yeah, yeah, yeah, yeah
Monopoly, Twenty one, checkers, and chess yeah, yeah, yeah, yeah
Mister Fred Blassie in a breakfast mess
yeah, yeah, yeah, yeah
Let's play Twister, let's play Risk
yeah, yeah, yeah, yeah
I'll see you in heaven if you make the list
yeah, yeah, yeah, yeah
Now, Andy did you hear about this one?
Tell me, are you locked in the punch?
Andy are you goofing on Elvis? Hey, baby
Are we losing touch?
If you believed they put a man on the moon
Man on the moon
If you believe there's nothing up his sleeve
Then nothing is cool..."
"Man on the moon" è, al pari di "The sidewinder sleeps tonite", una delle proposte più solari in un album complessivamente criptico ed introspettivo; giunge poco prima della chiusura, che riprende le tematiche principali, e va annoverata di diritto tra gli episodi più riusciti non solo dell'intero "Automatic for the people", ma dell'intera carriera dei R.E.M.
"Nightswimming" invece, è una delicatissima ed intensa ballad per voce e pianoforte, costruita su ricordi di gioventù, su quanto sia facile da ragazzi fare cose che altrimenti, da adulti, non si farebbero mai; un tipico esempio? nuotare nella notte in un lago:
"Nightswimming deserves a quiet night
The photograph on the dashboard
taken years ago,
turned around backwards
so the windshield shows.
Every street light reveals a picture in reverse
Still it's so much clearer
I forgot my shirt at the water's edge
The moon is low tonight
Nightswimming deserves a quiet night
I'm not sure all these people understand..."
Chiude uno dei dischi più belli degli anni '90 "Find the river", di cui Mike Mills offre un curioso aneddoto in un'intervista a Melody Maker:"Io e Bill (Berry) abbiamo deciso di incidere le armonie di "Find the river" senza ascoltarci a vicenda:ne è venuto fuori un groviglio interessante tra arpeggi tirati e più amatoriali, che si sono uniti alla perfezione nel mixaggio finale". 
La melodia su cui è costruita la canzone è sicuramente d'effetto ed evocativa, accompagnata da uno splendido giro di tastiera (molto simile ad un fisarmonica), che gli dona una sfumatura tra il folk e il country. Il testo invita a soffermarsi sulla bellezza del mondo che ci circonda, e quel "trovare il fiume" in realtà è un modo di dire per invitarci a trovare la nostra strada ("Me, my thoughts are flower strewn, ocean storm, bayberry moon I have got to leave to find my way...").
L'edizione deluxe del 25esimo anniversario uscita poche settimane fa, è un ottimo riassunto ed una degna celebrazione di quello che è stato "Automatic for the people" e che continua ad essere:un grande album, ed un classico senza tempo.
La band di Athens ha, successivamente, tirato fuori altri lavori di notevole spessore ("New adventures in Hi-Fi" per esempio,è un diretto discendente di questo lavoro, ma anche "Monster" ed "Up" , per quanto diversi, sono degli ottimi dischi). La combinazione di brani inseriti in questo "Automatic for the people", però, e l'alchimia creatasi tra tutti i membri del gruppo è un qualcosa che appartiene solo a questo capolavoro.
E' un disco di cui ogni amante del rock non può e non dovrebbe fare a meno. Perchè nonostante la nube grigia che lo avvolge, fa riflettere. Fa sorridere. Fa emozionare. Ed anche nelle sue (poche) debolezze, sa farsi apprezzare. 

VOTO: 9/10
BEST TRACKS:"DRIVE", "THE SIDEWINDER SLEEPS TONITE", "EVERYBODY HURTS", "MAN ON THE MOON", "FIND THE RIVER", "NIGHTSWIMMING".