giovedì 10 agosto 2017

PLAYLIST : DAVID BOWIE #2

Come preannunciato, anche Bowie mi ha costretto a selezionare due playlist invece di una. Questa è la seconda parte, che curiosamente (giuro, non è stata una cosa premeditata) è incentrata di più sulla prima parte di carriera (3 brani su 5, infatti, risalgono agli anni 70). Questo credo sia dovuto al fatto che io abbia dato la precedenza al Bowie "vissuto" da me in prima persona:negli anni in cui ho iniziato a seguire e a capire di musica, sono usciti "Black tie white nose" e "Outside"; grazie a questi album (che di certo non sono da annoverare tra i migliori nella produzione del duca inglese) poi sono andato a scoprire i lavori precedenti. Un percorso a ritroso piuttosto contorto, certo:ma l'importante è aver recuperato quegli anni perduti e fondamentali per capire più a fondo le origini dell'uomo venuto dallo spazio.

1 - LIFE ON MARS?
"Life on Mars" risale al 1973, e fu pubblicata nell'album "Hunky Dory". Nata da una
rielaborazione degli accordi di "My way" di Frank Sinatra, con cui ha in comune l'origine (un brano francese di Claude Francois intitolato "Comme d'habitude"), la canzone narra l'amara storia di una ragazza dai capelli "grigio topo" ("the girl with mousy hair") che, delusa dalla vita che la circonda, si perde in una sorta di zapping davanti alla tv, dove le vengono mostrate tante realtà diverse che la affascinano ma a cui sa che non potrà mai avere accesso. Nel testo vengono citati Mickey Mouse e John Lennon, insieme a frasi ispirate da notiziari e programmi televisivi dell'epoca, fino ad arrivare ad un ricorrente e noiosissimo film che rappresenterebbe la vita reale; una vita già vissuta e che verrà replicata (e quindi rivista) tante altre volte ("But the film is a saddening bore,'cause I wrote it ten times or more, it’s about to be write again as I ask you to focus on...") perchè difficilmente cambierà. L'orchestrazione ricorda un brano tratto da un musical che, anche se in numerosi passaggi assume persino un taglio operistico grazie agli archi suonati da Mick Ronson, riesce a mantenere una chiara impronta glam. Tra le prime produzioni di Bowie, è quella che più mi ha colpito sin dai primi ascolti:vuoi per l'interpretazione sentita e teatrale, vuoi per l'atmosfera delicata, "Life on mars" resta un classico senza tempo, buono da risentire - e cantare - in qualsiasi momento della giornata.



2 - SPACE ODDITY
"Ground control to Major Tom...Ground control to Major Tom...Take your protein pills and put your helmet on...". "Space oddity" si apre esattamente con queste parole su degli accordi di chitarra acustica, e sfido chiunque a dire che non le abbia mai canticchiate almeno una volta. Nonostante ciò, il testo per molti rimane piuttosto criptico, sospeso tra una specie di alienazione del protagonista - probabilmente dovuta all'uso di droghe - dal mondo reale e tutto ciò che lo circonda ("For here am I sitting in a tin can far above the world...") e quella che sembra una concatenazione di metafore che probabilmente fanno riferimento alla relazione appena conclusa tra Bowie e Hermione Farthingale ("And I think my spaceship knows which way to go tell my wife I love her very much she knows..."). Io ci vedo una storia molto più semplice:il racconto di un'astronauta che si sente tremendamente solo nella sua navicella spaziale, lontano anni luce dalla casa e dagli affetti più cari (a volte bisogna semplificare le cose, senza andare a vedere troppo oltre quello che è scritto; ovvio, stiamo parlando di uno dei personaggi più visionari di sempre, ma questo non vuol dire che ogni singola strofa contenga significati nascosti). Pubblicata nel 1969, e contenuta nell'album dallo stesso nome, "Space oddity" è stata inclusa tra le "500 canzoni che hanno plasmato il rock'n'roll" della Rock'n'roll hall of fame, oltre a diventare, negli anni, uno dei brani più noti dell'intero repertorio del duca bianco.


3 - THE MAN WHO SOLD THE WORLD
Inclusa nell'album dallo stesso titolo del 1970, "The man who sold the world" è una meravigliosa canzone che all'epoca non venne accolta dal pubblico con il meritato entusiasmo, e che solo in un secondo momento venne rivalutata ed apprezzata a dovere. Non è mai uscita come singolo, ma la si può trovare come b-side del 45 giri di "Life on Mars?", uscito nel 1973. Qui, per dare un senso al significato della storia, purtroppo mi sono dovuto aiutare con il web, poichè il testo preso così, nudo e crudo, ai miei occhi non sembra avere un senso compiuto. In realtà, leggo di riferimenti a diverse opere letterarie, tra le quali solo i versi del poeta Hughes Mearns sono chiaramente riprovati (versi da cui deriva l'intero incipit del brano "We passed upon the stair, we spoke of was and when although I wasn’t there, he said I was his friend which came as some surprise, I spoke into his eyes I thought you died alone, a long long time ago..."). Gli altri accostamenti, sono delle semplici somiglianze e richiami che alcuni critici hanno notato con "Il compagno segreto" di Joseph Conrad e "Incontro di notte" di Ray Bradbury. Non avendo letto nè uno nè l'altro, non posso sblianciarmi nel dire quanto di queste due opere ci sia nella canzone. Sotto l'aspetto musicale, è l'ipnotico giro di chitarra ad essermi entrato subito in testa, ma devo ammettere che sono arrivato a questo brano solo grazie a Kurt Cobain e alla sua meravigliosa e toccante interpretazione inclusa nel "MTV Unplugged" dei Nirvana. Quella rivisitazione mi è rimasta nel cuore, ed è inutile descrivere la mia sorpresa quando ho scoperto che la versione originale era di David Bowie.



4 - THURSDAY'S CHILD
Questa splendida melodia segna il ritorno sulle scene di Bowie nel 1999. E', infatti, il primo singolo tratto da "Hours", ed è un malinconico resoconto di un passato in cui probabilmente il duca bianco non è riuscito ad ottenere quello che si aspettava, nè ad essere quello che voleva, arrivando a chiedersi se il destino non abbia voluto farlo vivere in un'epoca sbagliata, non "sua" ("Maybe I’m born right out of my time breaking my life in two..."). Ad un inizio piuttosto amaro, però, si contrappone un barlume di speranza, perchè adesso questo disagio sembra essere scomparso e Bowie si sente pronto a tagliare i ponti con quel passato ("Throw me tomorrow, now that I’ve really got a chance, Throw me tomorrow, everything’s falling into place, Throw me tomorrow seeing my past to let it go..."). L'atmosfera generale che pervade il brano è piuttosto delicata, raffinatissima, costruita su un'apertura di archi tastieristici che accompagnano la voce del cantautore, sempre toccante e profonda. Il titolo "Thursday's child" è ispirato dalla biografia dell'attrice di cabaret e cantante americana Eartha Kitt, uno dei libri preferiti di David Bowie; inoltre, utilizzando la metafora dei giorni della settimana, segna come giorno della sua rinascita il giovedì; in un arco temporale dove la settimana rappresenta la sua vita, infatti, si va a collocare esattamente nel mezzo di essa (Bowie ha composto il brano, insieme a Reeves Gabrels, all'età di 52 anni, il che rende il tutto coerente ed ancor più autobiografico). I giorni precedenti (Monday, Tuesday e Wednesday) rappresentano invece il passato, ovvero la prima vera nascita, l'adolescenza e la gioventù:tutti periodi di una vita "sbagliata", di cui l'artista si pente e con cui vuole tagliare i ponti. Anche il video ricalca la stessa tematica, mostrando Bowie di fronte ad uno specchio dove viene riflesso più giovane, in una sorta di confessione dell'io attuale a quello ormai andato e relegato al ruolo di semplice ricordo del tempo che fu.



5 - AS THE WORLD FALLS DOWN
Tratta dal film "Labyrinth" del 1986, di cui Bowie è anche protagonista, "As the world falls down" è una bellissima ballad, toccante e delicata, che impreziosisce la colonna sonora del film composta da Trevor Jones e contenente altri 4 pezzi inediti del duca. Sebbene tra i brani incisi per il disco, il più famoso sia senza dubbio "Underground", con questo lento Bowie dimostra ancora una volta la sua abilità nel comporre splendide canzoni d'amore; e così, con i versi "There’s such a fooled heart, beating so fast in search of new dreams, a love that will last within your heart, I’ll place the moon within your heart", modulati in tonalità decrescente, egli consola la sua amata; poi, la rassicura della sua presenza eterna nel ritornello:"As the pain sweeps through makes no sense for you, every thrill has gone wasn’t too much fun at all, but I’ll be there for you as the world falls down...". Forse nel contesto del film il pezzo risulta un pò forzato (accompagna una scena in cui Bowie, che è un Goblin, balla con la co-protagonista, Sarah, che è una bambina), ma in una qualsiasi compilation di "love songs" non se ne potrebbe fare assolutamente a meno. Dopo Ziggy Stardust, dopo Thin White Duke, con Labyrinth Bowie assume le sembianze di un nuovo alter-ego, Jareth, re del curioso mondo degli gnomi, enigmatico, malefico e spiritoso allo stesso tempo. Un personaggio dalle mille sfaccettature, che ancora una volta calza alla perfezione con la personalità camaleontica dell'artista e la sua capacità di reinventarsi. 


E così sono giunto alla conclusione di quest'altra faticosa selezione di canzoni. Ogni volta che si parla di grandi artisti la scelta è ardua, e richiede numerose riflessioni:è mia prerogativa, in questi casi, scegliere nel modo più corretto quello che rappresenta i miei gusti personali che, come ho già detto in apertura, possono essere discutibili e talvolta anche bizzarri. Un'affermazione che metterà senz'altro d'accordo chiunque stia leggendo, è certamente questa:con Bowie, la musica ha perso un altro artista pregiato, geniale e innovatore. Con il suo stile sempre all'avanguardia, ci lascia un'eredità musicale enorme, varia e pioneristica:un lungo elenco di brani che vengono ancora oggi riscoperti dalle nuove generazioni, e che continueranno a restare immortali. 
Questo è il mio Bowie. Ma è pur vero che, con spunti diversi, ed opere di altre epoche che io non ho citato, ognuno di noi ne porta almeno una piccola porzione dentro di sè, in quella che suona come la colonna sonora della nostra vita. (R.D.B.)



















PLAYLIST : DAVID BOWIE #1

Rivoluzionario ed innovativo come pochissimi altri, ecco un altro artista di cui non sono stato capace di tirare fuori una sola playlist di 5 canzoni; sono davvero tanti i gioielli che ci ha lasciato David Bowie in un arco temporale enorme:50 anni. 
Decadi e decadi di musica sempre sopra le righe, raffinata e ricercata, di personaggi bizzarri inventati ed interpretati da lui stesso, tanto amati quanto (spesso) discussi; decadi di risurrezioni artistiche e di rivoluzioni, di esperimenti al limite del comprensibile perchè le sue idee erano sempre un passo più avanti rispetto all'attualità, perse tra le più disparate influenze rielaborate e riviste ogni volta in una chiave del tutto personale, originale ed inimitabile.
Rob Sheffield, in un'introduzione ad uno speciale di Rolling Stone, definisce così la parabola artistica di quello che è stato, e resterà senza ombra di dubbio, uno degli artisti più istrionici e poliedrici dell'intero panorama musicale:"Qualunque Bowie abbiate amato di più, quello delle stelle glam, il delicato cantante di ballads o l'arciduca di Berlino, lui vi ha fatto sentire più liberi e più coraggiosi; ed è per questo che, dopo aver sentito cantare Bowie, il mondo intero si è sentito diverso. La sua astronave ha sempre saputo dove andare". Ora capirete che, oltre ad una difficoltà personale nell'individuare 10 brani per me fondamentali, in questa selezione finale molti - quasi tutti - potrebbero non trovarsi d'accordo con il sottoscritto. David Bowie, nella sua lunghissima carriera, ha realizzato qualcosa come 39 dischi, tra album in studio, colonne sonore, progetti alternativi e registrazioni live. Tralasciando quest'ultime, si parla di almeno 400 canzoni tra cui ognuno di noi avrà la sua preferita, quella più iconica e rappresentativa, o quella legata a dei ricordi particolari. Ognuno ha un qualcosa di Bowie nel cuore, e quasi tutti hanno negli occhi e nelle orecchie un qualcosa legato a lui. Ho rovistato tra i miei dischi, tra alcuni album di vecchie fotografie, vecchi libri e film per riuscire a definire quali dovessero essere le perle da inserire in questa collana, ed ora ve ne farò un breve resoconto.  
Nonostante questa cernita faticosa, noto con estremo dispiacere che ho tralasciato molto, forse troppo; ho dovuto escludere pezzi come "This is not America", "Starman" e "Hallo spaceboy" (a cui sono legato particolarmente per l'inaspettata collaborazione con i Pet Shop Boys), e questo, oggi, per me è anche un piccolo cruccio:perchè mi fa capire tardivamente la grandezza della produzione di questo artista, che forse in passato non ho apprezzato a dovere, ma che ora, come molti, mi ritrovo a dover rimpiangere. 
Questo è il mio Bowie in 10 canzoni, e spero che chi leggerà i due post che mi accingo a scrivere, possa ritrovare tra queste perle almeno una delle sue preferite. 

1 - WILD IS THE WIND
Introdotta da un semplicissimo giro di chitarra incatenato ad un basso predominante, "Wild is the wind" è pura poesia in musica; "Love me, love me, love me, say you do...let me fly away with you" ne è l'incipit, che cresce man mano d'intensità, con una monumentale prova vocale da parte di Bowie. 
E' un pezzo di rara intensità, dal sound grezzo e minimale, quasi torrido, come uno scirocco estivo che scuote gli alberi e l'erba alta in un viale di campagna; Il tocco poetico raggiunge il suo apice sul passaggio "Like the leaf clings to the tree, Oh, my darling, cling to me...For we're like creatures of the wind, and wild is the wind", prequel del culmine del brano, con la voce splendidamente modulata del duca che spiega le ali nel verso "You touch me, with your kiss my life begins". Ho notato che spesso "Wild is the wind" non viene considerata come meriterebbe dal grande pubblico. Eppure questo è forse il miglior Bowie, quello che graffia e lascia un segno perenne in chi lo "sente", ispirato, teatrale, intenso. Non ci sono tante parole per descrivere la canzone:va semplicemente ascoltata e vissuta. Sono 6 minuti di incanto che, ciclicamente, vi dovreste concedere.


2 - ABSOLUTE BEGINNERS
Datato 1986, questo brano è stato scritto e composto da Bowie per il film omonimo (in cui egli stesso recita) diretto da Julien Temple. Trae ispirazione dallo stile doo-woop anni 50, al quale il duca bianco, oltre alla solita interpretazione intensa, aggiunge la chitarra di Kevin Armstrong, il piano di Rick Wakeman ed uno splendido assolo di sassofono sul finale. 
"Absolute beginners" inoltre, riporta al pop più tradizionale con le sue aperture d'archi ed un ritornello arioso ed indelebile: 
"If our love song could fly over mountains, could laugh at the ocean, just like the films...There's no reason, to feel all the hard times, to lay down the hard lines, it's absolutely true...". Ciò lo rende senza dubbio uno dei pezzi più accessibili del repertorio  di Bowie, anche nelle numerose versioni proposte sia nella colonna sonora del film, che nei singoli (il mix del 12'' dura addirittura 11 minuti!). Di certo, è un grande classico, raffinato e ben congeniato, capace di volare alto anche nelle classifiche dell'epoca e molto più noto della pellicola per cui era stato pensato, che al botteghino si rivelò un mezzo flop. Era imprescindible per questa playlist, e credo che troverebbe il suo spazio anche nelle eventuali scelte di tanti altri fans.


3 - BLACKSTAR

Due giorni dopo l'uscita dell'album "Blackstar", Bowie ci ha lasciato. Non ho scelto di inserire il brano che da il titolo al disco per la sua aura triste che inevitabilmente si porta dietro, e che certo ha contribuito non poco a renderlo mitologico; semmai, quello che mi ha colpito di più è l'oscurità e la sofferenza che emerge da ogni singola nota, dove l'amara consapevolezza di un male che sta corrodendo lentamente l'artista si trasforma in una frenetica corsa contro il tempo per ultimare uno dei passaggi più enigmatici della sua intera carriera. Per non parlare poi del video, degna trasposizione in immagini del controverso messaggio che intende trasmettere, dove Bowie si trasforma in Button Eyespersonaggio inquietante, bendato e con dei bottoni al posto degli occhi. Un clip spiazzante, aperto a centinaia di interpretazioni, da seguire fotogramma per fotogramma. Ed infine, come non considerare anche la simbologia del pezzo, con l'elemento "stella" ricorrente, a richiamare lo "Starman" degli anni 70 e la sua rappresentazione più nota (Ziggy Stardust), che all'epoca era rappresentato da colori sgargianti, mentre adesso è nero come la pece, come la morte. "Blackstar" è un trip sonoro di quasi 10 minuti, il cui motivo principale è intervallato da 3 minuti scarni ed efficacissimi di pura melodia in classico stile Bowie, un inserto luminoso e carico di speranza in netto contrasto con il "guscio" (apertura e chiusura) del brano, inquieto ed oscuro, somigliante ad un canto rituale. E così, anche nel testo, ad un incipit dalla ritmica contorta, ansiosa ed estremamente criptica ("On the day of execution, on the day of execution Only women kneel and smile, ah-ah, ah-ah...At the centre of it all, at the centre of it all, your eyes, your eyes..."), fa da contraltare il passaggio intermedio, melodioso e commovente ("Something happened on the day he died, spirit rose a metre and stepped aside, somebody else took his place, and bravely cried:I'm a blackstar, I'm a blackstar..."). Inutile dire che, oltre ad essere premonitrici di ciò che accadrà al cantante, le lyrics offrono una miriade di interpretazioni soprattutto in chiave occulta ed esoterica (in molti hanno notato, anche nel video, dei chiari richiami alla filosofia di Aleister Crowley), cosa che le rende capaci di turbare e di colpire ancora di più l'immaginario dell'ascoltatore. Ad ulteriore riprova dell'esistenza di questo alone oscuro attorno alla canzone, ho letto online di numerosi palindromi nascosti ad arte, celanti messaggi subliminali circa il triste destino che attendeva Bowie di lì a poco (io non ho, sinceramente, approfondito questo discorso, ma la curiosità di suonare al contrario la canzone, a questo punto, è tanta). "Blackstar" è un brano difficile da mandare giù, pieno di richiami fusion, jazz, trip-hop e sperimentali, ma fondamentale perchè costituisce una sorta di "canto del cigno" dell'artista (come del resto tutto l'album) ed assume le sembianze di ultimo regalo per i fans prima della sua dipartita.


4 - EVERYONE SAYS "HI"
Questa è una canzone che ho letteralmente ascoltato fino alla sfinimento nell'estate del 2002:lo stile retrò e molto "easy-listening" ha contribuito a renderla una compagna costante ogni volta che mi apprestavo a guidare o a girare con l'i-pod tra le mani. Narra la storia della partenza (o del definitivo addio?) di una persona cara, ed attraverso piccoli flash riesce a trasmettere una certa malinconia:"Said you took a big trip, they said you moved away...Happened oh, so quietly they say...". E' una mancanza percepita e di cui si è saputo solo in un secondo tempo, quando non si ha neanche più la possibilità di un ultimo saluto, tant'è che il protagonista prima rimpiange di non avere neanche una fotografia insieme ("Shoulda took a picture, Something I could keep..."), e poi, realizzando che ormai l'assenza c'è, ed è percepibile, augura il meglio alla persona cara e lontana, sperando di ricevere presto notizie positive ("I'd love to get a letter, like to know what's what...Hope the weather's good and it's not too hot for you..."). Prodotta da Tony Visconti (a ricreare con Bowie un binomio di sicura affidabilità stilistica dopo anni di distanza) ed inclusa nell'album "Heaten", "Everyone says hi" è un altro di quei brani "minori" che meriterebbe un ascolto supplementare per coglierne la tristezza nascosta (volutamente) dietro la melodia solo apparentemente ariosa e leggera:è il sorriso di circostanza dietro un profondo disagio, dietro la malinconia che si prova quando percepiamo la mancanza di qualcuno a cui vogliamo particolarmente bene.



5 - THE HEART'S FILTHY LESSONS
Con "Outside", Bowie si spinge in territori ancora una volta innovativi per l'epoca, dove la musica industrial incontra il rock più aggressivo ed elettronico. Chiaramente influenzato da Trent Reznor (la chitarra distorta che accompagna tutto il brano è sua) ed i suoi Nine Inch Nails, "The heart's filthy lessons" è solo una tessera dell'enorme puzzle di una malsana storia, narrata traccia dopo traccia nel concept dell'album:il detective Nathan Adler (ennesimo alter-ego di Bowie) deve indagare sull'efferato omicidio di una ragazza di 14 anni, Baby Grace Blue, orrendamente mutilata e seviziata per poi essere esposta come macabra opera d'arte; è la creazione di un nuovo fenomeno di "criminalità a sfondo artistico", figlio di una realtà distopica del 1999 assolutamente disturbante e psicopatica. Qui Bowie, oltre ad introdurre elementi di musica industrial, torna a collaborare con Brian Eno, donando indubbiamente all'opera complessiva un'ulteriore atmosfera eclettica ed alternativa. "Filthy lessons" è un altro brano di difficile comprensione, ermetico ed in certi passaggi  indecifrabile se estrapolato al di fuori del contesto della storia di "Outside" (che comunque non ha un epilogo:era previsto un seguito, mai dato alle stampe); per questo non cito nessun passaggio in particolare del testo. Ho voluto fortemente includerlo in questa prima selezione perchè, vi sembrerà strano, è stato il mio primo approccio serio alla musica del duca bianco. "Outside" è stato il suo primo disco ad entrare nella mia discografia, e questa storia piuttosto inquietante e raccapricciante - da grande amante di film thriller ed horror quale sono - mi ha affascinato sin dall'inizio in modo particolare. 


Era inevitabile, un'artista come David Bowie non si può semplicemente racchiudere in questi 5 pezzi. E' necessario rendergli merito con una seconda playlist:è già pronta, ed è proprio qui, davanti a me. Devo solo scrivere, e raccontare di come si vive su Marte, in un paese pieno di gnomi, e di come sia alienante il viaggio sull'astronave per raggiungere quei luoghi. Non sono impazzito, e sono certo che chi legge e conosce bene il duca bianco, ha già capito dove sono andato a parare.
Tengo a sottolineare un'ultima cosa, che è un ulteriore indizio su uno dei brani che ho inserito nella seconda playlist:il giorno scelto per questa pubblicazione non è casuale. Avete visto, oggi, che giorno è? :-)
 

domenica 23 luglio 2017

DEATH SS - RESURRECTION (2013) +
BEYOND RESURRECTION (2017)
LABEL: SELF/LUCIFER RISING
FORMAT : 2 LP+CD (RESURRECTION)
          2 DVD+LP (BEYOND RESURRECTION)







Caro Steve Sylvester,
è arrivato il momento di rendere omaggio a te ed ai Death SS anche in questa sede, per celebrare...beh, sì, sembra incredibile, ma è così: 40 anni di carriera. 40 anni, ti rendi conto? 40 e non sentirli. 
Ne è passata di acqua sotto i ponti, vero Steve? All'epoca, non seguivo ancora il gruppo, ma più volte ho sentito citare e ricordare le battaglie per portare avanti questo progetto esoterico/horrorifico; progetto che non andava giù alla società di allora, bacchettona e "purista", che ad un tratto sembrava averla spuntata, cancellando la band dal panorama musicale per quasi un decennio. Arrivati ai giorni nostri, il discorso é ben diverso:i Death SS, dopo un percorso musicale invidiabile e mille peripezie, sono stati riconosciuti come emblema del metal nostrano, veterani e pionieri di un genere che prima veniva etichettato come proibito ed immorale sul finire degli anni 70, mentre adesso non scandalizza più. 
Credo che non ci sia bisogno di presentare un nome che è in circolo da ben 4 decadi, come credo sia inutile soffermarsi a parlare del sottogenere creato e sviluppato dai Death SS, la cosidetta "Horror music"; penso invece, che sia più opportuno andare ad analizzare direttamente l'aspetto tecnico e musicale di "Resurrection", perchè di cose da dire ce ne sono già a bizzeffe.
E così, ho colto l'occasione dell'uscita del doppio dvd celebrativo di questo anniversario, per parlare anche del disco correlato nonchè ultima fatica in studio del combo, che già risale a 4 anni fa ma che è ancora viva nella mente e nelle orecchie dei fans del gruppo. 
Del resto, le due cose sono strettamente collegate:"Beyond resurrection" è un video-album, dove tutti i brani del disco vengono riproposti in videoclips - alcuni inediti, altri già usciti all'epoca della promozione del disco - corredato da 2 documentari molto interessanti e da una performance live (riproposta anche in cd) davvero da incorniciare. Tanta roba, insomma, e per andare con ordine è bene partire da "Resurrection", che è un album che ci restituisce i Death SS in splendida forma, a distanza di ben 7 anni dal precedente "The 7th seal", che aveva chiuso un cerchio produttivo ed un cammino ideologico. Il titolo non è stato scelto a caso:questa è una vera e propria resurrezione del discorso artistico tracciato dal gruppo, con una variante se vogliamo ancor più teatrale e dal taglio cinematografico, che speriamo apra un nuovo ciclo per gli anni a venire. 
"Resurrection" è, in effetti, una raccolta della produzione dei Death SS dal 2009 al 2013; contiene infatti, numerosi brani che sono stati composti ed incisi per film indipendenti, fiction e provenienti da progetti non ancora sviluppati; questi pezzi, si alternano con produzioni studiate strettamente per il disco, che si riallaccia in modo prepotente alle tematiche già affrontate con "Do what thou wilt" del 1997, uno dei migliori dischi metal di sempre non solo in ambito italiano, ma anche a livello internazionale. Quel manifesto musicale delle opere filosofiche a sfondo esoterico di Aleister Crowley credo sia stato una pietra miliare dell'intera carriera dei Death SS,caro Steve; un autentico capolavoro senza tempo. Tornando ai giorni nostri, e prima di entrare nello specifico, vorrei menzionare l'autore di entrambe le copertine (disco e dvd), Emanuele Taglietti, già autore di diverse serie di fumetti per adulti (da "Zora la vampira" a "Cimiteria", per citarne alcuni) che a mio avviso ha fatto un ottimo lavoro, semplice e diretto, realizzando probabilmente uno dei sogni del deus ex-machina, grande appassionato di questo tipo di pubblicazioni.
E così, con la puntina pronta a suonare un pò di metal "comecristocomanda" (Steve, so che apprezzerai questo modo di dire), mi accingo a ributtarmi in quelle atmosfere che provai il giorno che ascoltai "The story of" e "Do what thou wilt" (i miei primi due acquisti targati Death SS):atmosfere malate e macabre, che puzzano di tomba e cimiteri, umidità e vecchiume; non trovo altri riferimenti per descriverle, ricordo solo che questo fu l'impatto che ebbi all'epoca e che mi è rimasto tutt'ora addosso; è come quegli odori che ci ricordano determinate cose dell'infanzia, alcune persone o degli avvenimenti particolari. Ricordi belli, in ogni caso. Ecco, ogni volta che vado a riascoltare un qualcosa legato ai Death SS, io sento quell'odore unico ed inimitabile di lapide e di cantina umidiccia:che ci posso fare?
Il disco si apre con il brano più vecchio come data di creazione (risale al 2009), posizionato non a caso in apertura, poichè il titolo, "Revived", è tutto un programma:le casse iniziano a tamburreggiare su un intro elettronico (che ricorda molto da vicino alcuni passaggi di "Panic"), con la voce di Steve Sylvester subito minacciosa che anticipa l'entrata di tutti gli strumenti fino al refrain potente e trascinante:
"I've gone to see hell
And now I've come back
I fought with the devil
And broken our pact
All the lives I had
I've not spent them all
I have more things to do
Before darkness falls [...]
Ashes to ashes
Dust to dust
Nothing to forgive
No one to trust
Now I'm here again
In need of resurrection
Now I want to change
And find a new direction
I died to forget
The pain I felt inside
My fight goes on again
But still I know I'll have to die
I'll die!
I know I have to die
But then I'll be revived!
"

La potenza della musica abbinata al cantato offre un incipit spettacolare al disco; i Death SS sono stati all'inferno ed ora sono tornati ("I've gone to see hell and now I've come back"), la resurrezione è la prosecuzione di un percorso in una chiave spirituale diversa ("now I want to change and find a new direction") che anche se morirà, poi tornerà sempre in vita ("I know I have to die but then I'll be revived"). C'è molto di autobiografico in questa canzone, e non solo relativamente all'ultimo periodo; riguarda un pò tutta la storia del gruppo, che nonostante tutti i trascorsi, i cambi di formazione, la crisi, gli abbandoni ed i ritorni, eccolo qua, ancora in piena forma e (cosa non scontata) con ancora molto da dire.
"Revived" è anche stata utilizzata per un episodio della serie tv "L'ispettore Coliandro", risalente al 2009, che vede i Death SS protagonisti della puntata. All'epoca venne utilizzata una versione leggermente diversa da quella pubblicata sul disco, che risulta più elaborata e arrangiata.
Inoltre, con questo brano si inaugura l'alternanza fra brani tratti da film e serie tv, e pezzi completamente inediti; la successiva "The crimson shine" infatti, non è legata a nessun cortometraggio e sembra provenire direttamente dalle sessions di "Do what thou wilt"; ritorna la tematica tanto cara a Sylvester, ispirata alle opere a sfondo esoterico di Aleister Crowley, fondatore del moderno occultismo e fonte di ispirazione per il satanismo.
I richiami a "Scarlet woman" sono evidenti, sebbene "Crimson shine" conservi una struttura del tutto originale e ben distinta, che senza dubbio lo rende brano piacevole all'ascolto; gli assi nella manica del disco, però, devono ancora arrivare:c'è tempo per riscaldarsi ulteriormente con "The darkest night", altra composizione prestata al film dallo stesso titolo di Salvatore Vitiello, prodotto dalla "Scuola di cinema indipendente". Il pezzo era già uscito su un E.P. antecedente alla release del disco (ed allegato successivamente alla release in dvd del film) e riesce a trasmettere la stessa angoscia che pervade il film, dove un serial killer insegue la sua vittima nel cuore della notte. "The darkest night" è un brano gradevole, che però ha la pecca di essere troppo "standardizzato" in un disco dove ci sono degli autentici capolavori; il primo di questi, è senza dubbio "Dyonisus", dalla chiara connotazione gotica in stile anni 80, e per questo forse uno degli episodi più accessibili ad un pubblico neutro (non metallaro, quindi). "Dionysus" ti rimane in testa sin dal primo ascolto, con la splendida apertura tastieristica alla quale, nel giro di pochi secondi, si aggiungono le chitarre. Ritorna Crowley, ed infatti il brano è un inno al dio greco dell'estasi e della liberazione dei sensi (Dioniso):
"You bring the wine of love from the gold barrels of the sun
You spread all pleasures of this life and joy to everyone
We will dance with you through enchanted hills 

and moonlight woods
Our joyful chants will praise aloud your name all along the route
The rocks and trees are yours and everything that's on the hill
You lead us all forever with the power of your will...
"

Torna il tanto caro "Power of your will - il potere del tuo volere", che è uno dei capisaldi dell'intera produzione crowleyana, e sul quale era stato interamente costruito il precedente "Do what thou wilt - fa ciò che vuoi". Ma con "Dionysus" si registra anche un ulteriore miglioramento a livello compositivo, che nulla ha da invidiare ai mostri sacri del genere. La struttura semplice del brano viene interpuntata da un break meraviglioso, con una voce femminile narrante che fa da apripista ad un assolo da brividi che riporta direttamente al tema principale, a conclusione di una canzone splendidamente realizzata.
L'altalena tra temi strettamente esoterici e ispirati dal mondo del cinema prosegue con "Eaters", scritta per un film horror/splatter sugli zombie. I riff potenti si susseguono uno dopo l'altro, ricordando per la loro irruenza sia alcuni dei primi lavori del gruppo, sia certi passaggi di "Humanomalies"; "Eaters" è tiratissima e adattissima ad un pogo sfrenato nei concerti, ma è anche una pausa necessaria prima di un altro grandissimo pezzo, forse il migliore di tutto il disco, "Star in sight".
Nasce con delle note di pianoforte, si sviluppa grazie alle chitarre, e quando irrompe la batteria già hai capito che "Star in sight" è un highlight dell'album. Il ritornello è qualcosa di pazzesco, indovinato ed orecchiabile; splendida ne è la preparazione, con la voce di Steve Sylvester che sale improvvisamente di tonalità fino a scatenarlo. Giuro, non avrei avuto paura a proporlo persino in una radio commerciale:
"Your head in darkness
Your foots into the mud
Yo're full of questions
Your body is racked with pain
Your wretched fate has killed all your hopes
You are enslaved, you're crawling in the dark
You're just confused, you wondering in dream
You're scared to die and you can't find a way
You've left behind the science and the false gods
And now you falling, and now you falling down
If life is just turturing you
If hope of love has gone
If you have lost the strength to fight
You search your Star in Sight..
"

Le lyrics sono ancora una volta improntate su un poema di Crowley dal titolo "One star sight", che invita a cercare una forza interiore per affrontare tutte le problematiche legate alla propria esistenza.
E' quasi un manifesto automotivazionale, che meriterebbe di essere affisso davanti ai propri occhi ogni volta che ci sentiamo braccati, stanchi e svuotati da una vita dove le sofferenze sono sempre dietro l'angolo, e nel grande disegno complessivo sono sempre superiori rispetto ai momenti spensierati e felici.
Dopo aver assestato dei colpi di tale portata, "Resurrection" allenta un pochino la presa:"Ogre's lullaby" è piuttosto pesante ed ostica all'ascolto, senza dubbio il brano più tosto e claustrofobico dell'intero disco. Traspare da esso una certa inquietudine, ed ammetto di non aver visto il film ad esso legato ("Paura 3D" dei Manetti Bros...riparerò nell'immediato futuro a questa lacuna) ma ammetto sinceramente di averlo capito poco, e per questo spesso sono portato a saltarlo. "Santa muerte" torna a rappresentare un estratto dalle fattezze televisive:è infatti, la sigla di "Squadra Investigativa Speciale"; non aggiunge nulla di nuovo al disco, ma scorre gradevole, in attesa che i Death SS sgancino qualche altra bomba.
Bomba che non tarda ad arrivare:"The devil's graal" è un altro grande pezzo, un mid-tempo ben strutturato e cadenzato, aperto da inquietanti arpeggi di chitarra e basso, che ricordano apertamente le vecchie produzione della band (mi viene in mente "Kings of evil", ma anche "Black and violet" per dirne alcune). Dal dvd, si capisce come la canzone sia nata da un progetto di sceneggiatura non ancora terminato di Steve Sylvester, secondo il quale una setta segreta il cui simbolo è la coppa del diavolo, sarebbe in qualche modo legata agli omicidi del mostro di Firenze. Mi auguro che prima o poi questo progetto prenda corpo e venga ultimato, perchè le linee tracciate sembrano molto intriganti ed originali.
La successiva "The song of adoration" è una suite lunga più di 9 minuti, che passano quasi senza che l'ascoltatore se ne accorga (succede, quando le canzoni sono ben riuscite). Ai limiti del progressive, il pezzo vede la partecipazione di un'orchestra di 8 elementi; Steve Sylvester la definisce "un trip magico esoterico e sperimentale", ed è anche questa ispirata dal "Book of the law" di Aleister Crowley
Sebbene abbia già ampiamente ottenuto un risultato più che soddisfacente, "Resurrection" regala anche altri due brani niente male in chiusura:sia "Precognition" (altra colonna sonora di un film che non ha ancora visto la luce ed intitolato, per l'appunto "Precognizioni") che la divertente "Bad luck", dedicata dai Death SS ai detrattori che dicono che il gruppo porti sfortuna (!), sono episodi accattivanti e gradevoli all'ascolto. Curioso il video di quest'ultima, ovviamente presente nel doppio dvd, che altro non è che un cartone animato ispirato a quelli della Marvel, un'idea del tutto originale ed apprezzabile, che mai ti saresti aspettato dal gruppo. 
Questa resurrezione dei Death SS, come già detto, ha avuto un corso molto lungo che continua a svilupparsi:il doppio dvd uscito in questi giorni ne è la riprova; è davvero interessante riascoltare il disco in chiave visiva, ma le vere "perle" di questa nuova uscita sono il documentario di Freddy Delirio sullo Sweden Rock Festival del 2014, dove i Death SS sono stati headliners di una serata, ed il comparto live, dove oltre ad alcuni dei successi storici della band ("Scarlet woman", "Heavy demons" e "Vampire") si possono gustare le performance dal vivo di alcuni dei pezzi contenuti in "Resurrection".
Tornando a noi, caro Steve, grazie per averci regalato un nuovo capitolo dei tuoi Death SS. "Resurrection" è una pietra miliare che si lega con un doppio nodo scorsoio al passato, ed allo stesso tempo è anche l'incipit da cui far partire una nuova serie di progetti legati al gruppo; nonostante la prolificità non sia quella dei tempi andati, sono certo che sentiremo presto parlare ancora della band. 
A discapito del significato originario del nome che hai creato (In Death of Steve Sylvester), questa morte annunciata tanti anni fa in realtà non è mai avvenuta. La dimostrazione è chiara e lampante, e l'abbiamo sotto gli occhi:"Beyond Resurrection", oltre ad essere uno splendido regalo per i fans di lunga data, mi sembra una celebrazione con i fiocchi per quella che ormai è la heavy-band italiana per autonomasia, ed un ottimo pretesto per perpetuare la leggenda dei Death SS.  (R.D.B.)

VOTO: 8,5/10 (ALBUM)  8 (2 DVD+CD LIVE)
BEST TRACKS : "DIONYSUS", "STAR IN SIGHT", "THE DEVIL'S GRAAL", "REVIVED", "THE CRIMSON SHINE".
 




giovedì 13 luglio 2017

KATY PERRY - WITNESS (2017)
LABEL : CAPITOL
FORMAT : DIGITAL DOWNLOAD



Può la scelta di un singolo - giusta o sbagliata che sia - determinare il successo di un album? Sì, in parte. 
Può essere lo specchio di quello che poi è l'opera completa? 
No, assolutamente no.
Ho posto queste domande come incipit per un motivo semplice:Katy Perry appena 7 anni fa, piazzava ben 5 singoli tratti dall'abum "Teenage dream" al numero 1 delle classifiche USA (record detenuto dal solo Michael Jackson con l'abum "Bad" prima di allora). "Teenage dream" chiuse con qualcosa come 7 milioni di copie vendute ed un enorme successo, che portò Katy Perry tra i più grandi nomi del pop mondiale. Il successivo "Prism" del 2014 non fece che confermarne lo status di popstar a tutto tondo, anche se in termini di vendite non riuscì nell'impresa del precedente album.
"Witness" è il quarto album della cantautrice americana, e purtroppo non è partito alla grande come, all'inizio, in molti credevano. I reali motivi possono essere riconducibili al ricambio generazionale (si sa, crearsi fans nuovi non è per niente facile e mantenere quelli che si hanno già è complicatissimo), una promozione originale ma poco compresa, un singolo con tanto di video piuttosto scialbo ed anonimo, e le classifiche sempre più statiche e pilotate dalle major, che se vogliono spingerti ti fanno vendere, se ti considerano "merce vecchia" sono pronte a trattarti come il cartone del latte scaduto.
Eppure, appena un anno fa Katy Perry aveva sfornato un brano ("Rise") per le olimpiadi di Rio 2016 da brividi, emozionante, carico di pathos, e splendidamente interpretato.
Il singolo di lancio di questa nuova fatica, "Chained to the Rhythm" (che vede la partecipazione di Skip Marley...non fatemelo andare a cercare, ma credo che sia uno dei 131 nipoti di Bob, ogni tanto ne sbuca fuori uno) non ha riscosso grossissimi favori di critica, eppure spacca di brutto. 
Costruito su un tappeto raggae danzereccio, esplode in un ritornello da far invidia alla marea di canzoncine che vengono passate in radio e che tentano la scalata al successo, e ti rimane in testa con una facilità disarmante:
"Turn it up, it's your favorite song
Dance, dance, dance to the distortion
Turn it up, keep it on repeat
Stumbling around like a wasted zombie
Yeah, we think we're free
Drink, this one is on me
We're all chained to the rhythm
To the rhythm to the rhythm...
"

Insomma, è un brano che mette allegria, è ballabile e si canta che è una bellezza, e quindi le premesse per un nuovo, ottimo lavoro della Perry c'erano tutte. Poi il primo colpo di genio:l'idea di lanciare un nuovo singolo, "Bon appetit", girando per Times Square a bordo di un furgoncino che sparava la canzone a tutto volume mentre lei offriva torta di ciliegie ai fans accorsi per l'evento. Nonostante questo, "Bon appetit" è stata accolta piuttosto maluccio un pò da tutti, perchè in effetti è una pezzo senza grosse pretese, piuttosto insulso, troppo banale ed, almeno sotto il piano musicale, insignificante. Il testo, invece, un senso ce l'ha:è tutta una metafora culinaria che in realtà cela un significato sessuale piuttosto spinto, dove un ragazzo viene invitato ad assaggiare la sua specialità (...) appena sfornata, spargendola come un buffet sul tavolo:
"'Cause I'm all that you want, boy
All that you can have, boy
Got me spread like a buffet
Bon a, bon appétit, baby
Appetite for seduction
Fresh out the oven
Melt in your mouth kind of lovin'
Bon a, bon appétit, baby...
"

Doppi sensi a parte (che comunque colpiscono l'immaginario di chi li coglie perchè lei è proprio una bella donna), il pezzo è debole e non adatto a promuovere un album in tempi di vacche magre come questi, dove se si hanno delle buone cartucce bisogna spararle tutte e (quasi) subito. E infatti ha floppato, trascinando con sè anche il terzo estratto, "Swish Swish", lanciato in fretta e furia quasi per riparare al danno. In qualche modo, è riuscito anche nell'intento non voluto di inficiare un pochino tutta la promozione del nuovo lavoro, tant'è che la Perry è corsa ai riparti con un'altra idea geniale:ha lanciato su youtube il "Witness Worldwide", una diretta esclusiva di 96 ore dove si è lasciata riprendere in una casa in stile del tutto simile a quello del "Grande Fratello", con un via vai di ospiti e fans che ogni tanto si affacciavano all'interno dell'appartamento. 
La trovata pubblicitaria? in sottofondo c'era quasi sempre l'intero album a suonare. Un'idea originalissima per promuovere l'uscita del disco, che ha sicuramente attirato i fans della cantante per "spiarla" mentre canticchia le sue canzoni, chiacchiera con gli ospiti, mangia e dorme; ma quanta visibilità può aver portato verso chi non la segue? 
Dicevamo di "Swish Swish":ad un primo ascolto, sembra di essere saliti sulla DeLorean di "Ritorno al futuro" per ritrovarsi catapultati direttamente alla fine degli anni '90, quando la musica house spopolava nelle discoteche; e infatti proprio da quel mondo, e per essere più precisi da un brano di Fatboy Slim, proviene un campionamento presente nel brano. Il tappeto sonoro è dunque accattivante, ed ha quel giusto tocco di revival che lo rende gradevole e di facile presa all'ascolto, oltre ad avere tutti i crismi per essere sparato in continuazione sia nelle radio che nei club. 
La partecipazione di Nicki Minaj, inoltre, offre un appeal ancora più profondo al pezzo, rimandando a delle sonorità tipicamente R&B che ne giustificano anche la presenza in una eventuale scaletta di musica black.
"Swish Swish" è senza dubbio uno dei punti di forza di "Witness", ma non l'unico:c'è una manciata di brani che regge alla grande il confronto, quasi tutti posizionati nella prima parte del disco. 
Poi questa verve si perde un pò, evapora, e questo porta l'album ad essere un disco double-face, in chiaro e scuro, con ottimi spunti ma anche con diverse imperfezioni e passaggi a vuoto.
L'opener è la canzone che dà il titolo all'album,  e riprende un pò le sonorità di "Rise" per poi librarsi in un ritornello più arioso e ritmato; molto bello il bridge e l'accostamento strofe cupe-refrain solare, che sopperiscono ad un pochino di mancanza di incisività. La successiva "Hey Hey Hey" è un mid-tempo elettronico, che ricorda a tratti "E.T." ed in altri "Dark horse", senza però avere lo stesso vigore dei successi appena citati. In un certo senso, nel contesto del disco funziona, specie se poi, come prevedibile, diventa apripista di un pezzo veramente forte come "Roulette". Tornano le sonorità anni '90 ma rielaborate stavolta ai giorni nostri in modo davvero superbo; questa terza traccia è quanto di meglio si possa chiedere ad un disco di puro pop:orecchiabile, magnetica, esaltante ed in alcuni passaggi irresistibile. Dura 3 minuti scarsi, ed è un peccato perchè anche se avesse avuto il doppio del minutaggio, probabilmente non avrebbe annoiato nessuno:
"Big city lights
Got me flirting with fire
Tonight I'ma let my hair down, have a few rounds and
Just let go
Like roulette, oh oh
Wanna close my eyes and roll it with you
Like roulette, oh oh
Wanna lose control and forget with you...
"

Il testo di per sè non è niente di così profondo e significativo, se non un invito ad abbandonare tutti i problemi quotidiani per seguire il corso di una vita sfrenata che gira come una roulette. 
Non sorprende che in fase di produzione e composizione compaia il nome di Max Martin, già autore di enormi successi dei Backstreet Boys, Britney Spears, Nsync ed Avril Lavigne.
Giunge il momento di "Swish Swish", di cui ho già ampiamente parlato, che abbinato a "Deja-vu" (terzo episodio "dance" in successione), va a chiudere un trittico da urlo che per la Perry poteva essere il filone vincente di un ottimo disco, forse il migliore della sua carriera. 
Ma quando parte "Power", questo pensiero viene immediatamente smontato; non tanto perchè non sia un brano valido, quanto perchè si percepisce chiaramente il dislivello tra le proposte precedenti e questo pezzo che lascia un pò interdetti, per la sua iperproduzione troppo "copia-incolla" che confonde un pò l'ascoltatore. Quella batteria elettronica che irrompe continuamente in ogni parte della canzone poi, un pò scoccia, e risulta essere a volte fastidiosa.
"Mind maze" è una gradevole ballata piazzata con furbizia dopo un momento così così; peccato solo per l'uso dell'autotune, non eccessivo ma chiaramente udibile, perchè Katy Perry ha le capacità per lavorare - almeno in studio - su pezzi del genere senza l'aiuto di questa tecnica che rende il tutto un pò troppo plastificato. Ed infatti, basta proseguire l'ascolto verso la traccia seguente, per trovare conferma a ciò che ho appena detto:"Miss you more" è un'altra ballad, ma stavolta la voce è limpida e chiara, e pur senza regalare chissà quale innovazione, la sua semplicità e la linearità con cui è sviluppata la rende una grande canzone, che non sfigurerebbe di fronte ad altri classici del genere. "Miss you more" è senza dubbio un altro punto forte di "Witness", che non molla la presa, proseguendo su ottimi livelli grazie a "Chained to the rhythm", ma poi si arena improvvisamente ed appassisce progressivamente come ad un fiore a cui non arriva più acqua; infatti, nè "Tsunami", nè "Save as draft", nè "Pendulum" riescono ad avere lo stesso smalto e la stessa freschezza dei brani precedenti, con "Pendulum" che, se non altro, ci si avvicina un pochino di più rispetto agli altri due. Nel mezzo di questo blocco, poi, è posizionata "Bon appetit", e questo non fa altro che aumentare i dubbi e i timori che il disco si sia un pochino perso, e che magari di alcune tracce se ne poteva tranquillamente fare a meno. A salvare comunque tutta la seconda parte di "Witness" arrivano in soccorso "Bigger than me", che è sì un brano pop senza grosse pretese ma abbastanza coinvolgente, e soprattutto la finale "Into me you see", splendida prova vocale accompagnata da pianoforte ed archi, con un bridge indovinato che si apre in un ritornello meraviglioso.
La deluxe edition aggiunge al lotto altri 2 brani (non ce n'era proprio bisogno miss Perry! ma grazie), "Dance with the devil" e "Act my age", con quest'ultimo che ricorda da vicino "Teenage dream" (anzi, ne è quasi una copia spudorata), motivo per cui probabilmente è stato relegato al ruolo di bonus track.
Questa ulteriore aggiunta porta il totale delle canzoni proposte a 17:una vera e propria scorpacciata. E' evidente come, se la Perry si fosse tenuta un pò più "stretta" proponendo un "Witness" più concentrato e meno diluito, avrebbe forse dato alle stampe un mezzo capolavoro. Così invece, ad un primo ascolto confonde un pò le idee, e per apprezzarlo appieno bisogna tornarci su più di una volta per poterne poi estrapolare i passaggi migliori. Questo è un difetto non di poco conto, perchè allontana gli ascoltatori meno attenti e poco pazienti, che poi etichettano il lavoro complessivo come mediocre e prolisso. 
In realtà, questo nuovo album di Katy Perry va ascoltato a piccole dosi, possibilmente non nella sua totalità, facendo una cernita tra quel che di buono propone (che non è poco, ed è ben al di sopra della media di tanti album pop in circolazione) e quello che può essere, almeno al momento, trascurabile.
Mentre scrivo, il "danno" provocato da "Bon appetit" ha fatto sì che l'abum, dopo una prima impennata di vendite stia inesorabilmente crollando nelle classifiche. Mi auguro che non venga fatto lo stesso errore in cui sono già incappati altri artisti (anche se la colpa, a mio avviso, è in gran parte delle loro case discografiche) che hanno lasciato "morire" il disco chiudendone la promozione dopo pochi mesi dall'uscita:qui le possibilità di risollevarne le sorti ci sono, ed urge il lancio di un nuovo singolo a breve. Se la Capitol non ha intenzione di investire ulteriormente in un lavoro ancora fresco di stampa, spero che almeno Katy Perry sforni qualche altro pasticcino succoso; più che altro per dimostrare che anche se non si ha fame, l'appetito vien mangiando. (R.D.B.)

VOTO : 7/10
BEST TRACKS : "CHAINED TO THE RHYTHM", "SWISH SWISH", "ROULETTE", "INTO ME YOU SEE".









sabato 8 luglio 2017

C'E' QUALCOSA CHE NEL POP NON VA....
HARRY STYLES/HARRY STYLES (2017)
LORDE/MELODRAMA (2017)
SHAKIRA/EL DORADO (2017)

Ecco un'altra novità di "Musicalmaniak":per una volta, QUESTA volta (e poi in futuro si vedrà, dipende da mille fattori), mi spingo ad analizzare non un solo album, ma ben 3 tutti insieme.
Il motivo di tale scelta non è pigrizia, nè mancanza di idee; semplicemente, nella musica come in ogni altro campo artistico, non sempre tutto è rose e fiori e non sempre tutte le ciambelle vengono fuori con il buco. Mi spiego meglio:gli album che troverete in questo piccolo elenco con tanto di commento, non meritano più di un tot. di righe, perchè (almeno secondo la mia opinione) non sono dei validi lavori per cui è necessario spendere fiumi di parole. L'ho detto già più volte, e lo ribadisco anche in questa sede:mantenere una passione come questa della musica ad ampio raggio, ascoltando un pò tutti i generi e comprando dischi di tutte le specie, purtroppo costa; costa sia in termini di tempo, che sotto un punto di vista strettamente economico. Quindi, quando entri in un negozio per comprare il cd o il vinile di "quella canzone che ho sentito alla radio e mi è piaciuta molto", bisogna andarci molto cauti:il più delle volte è un album uscito da poco, e alla cassa ti sparano minimo 20 euro. 
Per giustificare una spesa del genere, io credo che ci debba essere più di un perchè; e bisogna andarselo a ricavare sprecando 10 minuti su youtube, su i-tunes (almeno per sentire le preview), su spotify o dove vi pare a voi (purchè sia legale) per farsi un'idea generale di quello che poi si va a comprare; perchè un conto è investire i propri soldi in un buon prodotto che vi durerà nel tempo in termini di ascolti, ed un conto è buttarli via in un disco che ascolterete sì e no 3 volte e poi finirà a prendere polvere sulle mensole (o peggio in qualche mercatino a 5 euro, fra qualche anno). Credetemi, la delusione di aver impiegato male i propri guadagni, una volta tornati a casa, brucia. Il sottoscritto ci è già caduto tante volte, per negligenza, per noncuranza o perchè abbagliato da un singolo o da una confezione accattivante che ti invita a rischiare, pensando di trovarti di fronte ad un nuovo capolavoro o ad un grande ritorno. 
Entriamo nel dettaglio, e i 3 dischi in questione non sono stati scelti a caso, ma sono tre esempi diversi di uscita discografica (un esordio, un comeback dopo un primo album di successo ed un ritorno di un'artista affermata e conosciutissima); gli assegnerò un voto, come faccio sempre, e cercherò di spiegare perchè, a mio avviso, andrebbero lasciati sugli scaffali.


HARRY STYLES - HARRY STYLES (2017)
LABEL : COLUMBIA
FORMAT : DIGITAL DOWNLOAD
Questa è stata una splendida operazione studiata a tavolino:chi è Harry Styles? E' un ex-membro dei One Direction, che già di per sè era la classica boyband (uscita fuori dall'X-Factor britannico) assemblata e lanciata per far impazzire le ragazzine. In passato certe attività hanno anche prodotto degli autentici fenomeni (di cui Robbie Williams è forse il caso più eclatante), ma la legge dei grandi numeri dice che il più delle volte un solista fuori dalla boyband non va poi tanto lontano (vedi le Spice Girls, Tony Hadley degli Spandau Ballet, lo stesso Simon Le Bon dei Duran Duran, Bryan Harvey degli East 17, uno qualsiasi dei Backstreet Boys e chi più ne ha più ne metta). L'ultimo in ordine di apparizione non poteva che essere uno dei 5 One Direction, ed eccolo qui. E quindi, cosa ti fa la Columbia records? Confeziona un disco lanciato da un singolo fortissimo ("Sign of the times" è veramente una gran bella canzone) che alla resa dei conti è solo fumo negli occhi...perchè dopo questo succoso antipasto, che è più di una promessa per un banchetto interessante, non seguono delle portate all'altezza. Il disco si apre con "Meet me in the hallway", che è una ballata acustica. 
E già qui, non ci siamo per niente:perchè aprire un disco così, con un lento, e non con un up-tempo? 
Può essere una scelta stilistica, ma io un azzardo del genere lo accetto da un mostro sacro, non da un esordiente. Chi sei tu per prenderti e concederti certe libertà? "Meet me" è moscia e inconcludente, ma quello che mi ha fatto arrabbiare di più (e non so se sia colpa di Styles, del suo produttore o della Columbia) è la scelta di piazzare come secondo brano "Sign of the times", che è sì  il pezzo forte del disco, è bellissima e riuscitissima ma...indovinate un pò? è un altro lento. Una volta aveva un senso logico la scaletta di un disco, e vi erano delle regole dettate dal buon senso che garantivano una certa alternanza nei pezzi da inserire, e che cercavano di intrattenere,catturare e colpire l'ascoltatore sin dalle prime battute. Non oso immaginare un concerto aperto con 2/3 ballads:sfido un qualsiasi artista a farlo, per vedere la reazione del pubblico (quello obiettivo, non quello che sta lì a pendere dalle labbra dell'idolo di turno). Tornando a noi, "Sign of the times" ha tutti i crismi per diventare un classico:è orecchiabile, ha presa diretta ed un discreto songwriting, struggente e malinconico ("Just stop your crying it's a sign of the times; Welcome to the final show hope you're wearing your best clothes..."). Se proprio si vuole andare a trovare il pelo nell'uovo per questa canzone, è che pecca di originalità; voglio dire, ce ne sono montagne di lenti pop di questa portata, ma è sempre un piacere ascoltarli e quindi non faccio fatica ad immaginarmi nel ripescarla fra qualche anno, per risentirla. Dopo questo colpo messo a segno, l'album torna presto nel suo anonimato:"Carolina" è finalmente un brano un pò energetico e ritmato, ma con dei coretti anni 60 stile Beach Boys (anche se per dirla tutta ricordano esattamente il grande classico "Mr.Sandman", originariamente inciso dalle Chordettes) totalmente fuori contesto, e lascia spazio dopo 3 minuti e mezzo ad un altro lento, intitolato "Two ghosts", ovvero la brutta copia di "Sign of the times", nè più nè meno. E' appena orecchiabile, ma piuttosto piatta e priva di mordente, la classica traccia che io salto a piè pari in un qualsiasi cd. Arriva poi "Sweet creature", il cui titolo mi ha preoccupato sin dall'inizio:ho pensato subito ad una nenia buonista tipica di "Twilight" o tratta da qualche telefilm americano per ragazzi (tipo "One tree hill"); e infatti, come volevasi dimostrare, non si discosta più di tanto dal tema. Se questa deve essere una dichiarazione appassionata di amore verso una lei, apriti cielo. 
L'abum va avanti così, imperterrito e monotematico senza grossi scossoni:alla fine le uniche cose decenti che propone sono il rock settantiano di "Only angel", pezzo radiofonico (che scommetto quello che volete, sarà il secondo singolo) anticipato da un intro meravigliosa, e la Kravitziana "Woman", la quale se non altro propone un cambio di registro con la sua andatura sincopata e accompagnata da un interessantissimo giro di basso. "Kiwi" è un rock inutile e scialbo, chiaramente un riempitivo per raggiungere il numero minimo di tracce per proporre un album, e le restanti "Ever since New York" e "From the dining table" altro non sono che riproposizioni degli stessi temi dei pezzi precedenti, con quest'ultima che è veramente lagnosa e pallosa. Il cd si chiude con all'attivo 10 tracce, delle quali se ne salvano 3 per rotto della cuffia. A tutto ciò, non posso non aggiungere la presa in giro della Columbia, che distribuisce il disco in tre formati, dei quali 2 in cd:standard e deluxe. Con la deluxe, al prezzo di 3 euro in più, vi portate a casa un libretto fotografico di 32 pagine che immortala Styles in varie pose, e zero bonus tracks. Un affare, in tutto e per tutto. Ho detto la mia, e credo che il voto che vado a mettere è stato ampiamente giustificato; eppure sappiate e tenete bene a mente che questo album è stato al primo posto della classifica di ben 9 paesi, USA e UK compresi. 
VOTO : 4,5/10   
BEST TRACKS : "Sign of the times", "Woman", 
"Only angel".



LORDE - MELODRAMA (2017)
LABEL : LAVA/REPUBLIC RECORDS
FORMAT : DIGITAL DOWNLOAD
Fresco fresco di stampa mentre sto scrivendo, è arrivato il secondo lavoro della cantante neozelandese Lorde, seguito dell'acclamatissimo "Pure heroin" del 2013 che l'aveva lanciata con il singolo "Royals". Il secondo album è sempre una prova difficile e complicata, specie dopo un esordio fulminante e di grande riscontro sia a livello commerciale che di critica. La copertina affascinante, e il fatto che considerassi Lorde più di una semplice artista "one shot", mi ha incuriosito e così ho ascoltato questa sua seconda opera. E purtroppo, il resoconto che vado a scrivere è molto, molto negativo. Mi dispiace doverlo dire, ma su lavori del genere io non perdono:sono da evitare come la peste, e non meritano di certo l'acquisto. In questo album non riesco a trovare davvero niente di positivo, nonostante con coraggio lo abbia riascoltato 2 volte per intero prima di esprimere un giudizio. Il singolo che anticipato l'uscita di questo "Melodrama" (nel vero senso della parola) si intitola "Green light", e nonostante provi in tutti i modi ad essere trascinante e rimarcabile, con un ritmo abbastanza convincente ed un ritornello con tanto di giro di pianoforte in stile latino-americano, non riesce a fare presa e risulta piuttosto stucchevole e forzato. Quello che dovrebbe essere il secondo singolo, "Perfect places" è forse l'unico pezzo che salverei veramente, se non altro perchè si ascolta con un certo piacere. Adesso. Domani, è tutto da vedere; perchè ho il fondato sospetto che tra qualche mese già lo avrò dimenticato. La cosa tragicomica di tutto ciò, è che per ascoltare "Perfect places" bisogna arrivare alla fine del disco, perchè è l'ultimo brano in scaletta; prima di esso, il nulla. O quasi. "Sober" è semplicissima, e quasi mi aveva fatto sperare in qualcosa di buono:l'atmosfera che crea è piuttosto originale, l'arrangiamento è ben sviluppato e se non altro, non è una traccia scontata. Però lascia un retrogusto di incompiuto, di inespresso. "The Louvre" è al limite dell'ascoltabile, perchè parte piano su degli arpeggi di chitarra, poi cerca di svilupparsi tra batteria sintetica e tastiere senza partire mai. Diventa un pezzo aritmico, confusionario e troppo ripetitivo. "Liability" (riproposta una seconda volta più avanti nel disco, come "part II" che in realtà e un filler per fare numero) è una ballata per pianoforte come tante, con l'aggravante di non avere nulla che la distingua, neanche il ritornello (che in realtà, a conti fatti, neanche c'è). Anche qui, il problema di mettere 3/4 lenti uno dopo l'altro è un difetto che non è stato contemplato minimamente in fase di produzione, e quindi il rischio è quello di fare strike:non te ne piace una, non te ne piace nessuna. E con "Melodrama" i birilli vanno giù che è una bellezza:"Hard feelings/Loveless", "Writer in the dark" e "Sober part II/Melodrama" (già, c'è anche una "Sober" parte II, viva la fantasia) sono tutte troppo lente, troppo noiose, troppo pesanti da ascoltare tutte insieme. Quando stai ascoltando un disco e ti alzi, vai a prendere da bere, ti risiedi, ti chiedi quando finisca il brano che sta suonando, leggi cosa dovrai sentire dopo sfogliando a caso pagine che riguardano l'artista e non presti più l'attenzione dovuta alla musica, c'è per forza qualcosa di grosso che non va. L'album ti concede una tregua con il synth-pop di "Supercut", che se non altro ha vita e ritmo ma anche un refrain stupidino e "vuoto", e quando arriva "Perfect places" ti accorgi che, grazie al cielo, è arrivato alla fine. Se non altro, chiude in modo decoroso una buona mezz'ora passata ad ascoltare un poppettino da quattro soldi, lontano anni luce da un lavoro quantomeno discreto, e imparagonabile ai grandi classici del genere. 
VOTO : 3,5/10
BEST TRACKS: "Perfect places"


SHAKIRA - EL DORADO (2017) 
LABEL : SONY LATIN/RCA
FORMAT : DIGITAL DOWNLOAD
Ho deciso di inserire come terzo esempio di "qualcosa che non va", il lavoro di un'artista affermata e che ha già avuto un enorme successo in tutto il mondo. Basti pensare alla storica "Whenever wherever", e alle riuscitissime "Loca", "Objection", "Las de la intuicion", "Don't bother" per capire la portata di Shakira in una carriera ormai ventennale disseminata di successi. Il suo è diventato uno stile riconoscibilissimo, tra raggaeton e ritmi latinomericani trascinanti e facilmente memorizzabili:il merito di creare un genere "iconico" è senza dubbio enorme. Sia ben chiaro, non si parla di capolavori assoluti, ma di musica fruibile per le masse e che nel bene o nel male ti ritrovi a fischiettare e a canticchiare, e che quando parte in discoteca ti fa ballare con piacere e fa divertire la gente. Il nuovo lavoro "El Dorado" ricalca gli stessi clichè del passato, senza aggiungere niente di nuovo ad una proposta che sa già di scontato e che ha un pochino, al giorno d'oggi, rotto le scatole. Questa è una prima pecca, ma non l'unica dell'ultimo disco di Shakira. Disco che si apre con "Me enamorè", che dovrebbe essere uno degli highlights dell'album, ed invece è l'ennesima versione in salsa raggaeton di una delle tante canzoni a tema shakiriano del passato. Piuttosto piatta, quindi, eppure me lo aspettavo:se non altro, è nel suo stile e almeno Shakira sa aprire un disco con qualcosa che ti tiene sveglio. Il secondo pezzo, "Nada" è apprezzabile perchè la melodia è valida, si lascia ascoltare e non sfigura in album che più pop di questo non può essere. "Chantaje" è la prima proposta accompagnata dall'artista colombiano Maluma (che prima d'oggi non sapevo chi fosse...ora so che è l'attuale compagno di Ricky Martin) e nonostante le strofe accattivanti, pecca nel ritornello piuttosto anonimo e troppo uniforme a tutta la canzone. E' lo stesso difetto che hanno tantissime canzoni sudamericane e raggaeton, e mi rendo conto che è una caratteristica di quel tipo di composizioni oltre ad essere lo stile a cui si attengono in molti:proprio per questo brani così, presi da soli, si ascoltano volentieri, mentre un album intero ti fa venire il latte alle ginocchia. Maluma lo ritroveremo poi nel lento "Trap", che è un pezzo tipicamente R&B che appare un pò fuori contesto in un album del genere. "When a woman" è forse il pezzo più radiofonico dell'intero disco, ed è un mid-tempo apprezzabile ma che stanca facilmente. L'ho inserita in un paio di playlist delle mie, ma è durata pochino e in meno di un mese è stata rimpiazzata senza remore. Questo è il secondo grosso difetto di "El dorado", nel suo complesso:la scarsa presa che hanno un pò tutti i pezzi sull'ascoltatore. Premi il tasto "play" e qualcosa ti piace per forza, ma poi ti stanca, e finisce che tutte le volte che devi scegliere qualcosa da suonare, preferisci altro. E quell'album muore lì, senza che tu ne senta la mancanza, senza che tu ne ricordi un singolo brano. 
Le canzoni più riuscite sono senza dubbio "Coconut tree", che ha dalla sua il forte appeal melodico e commerciale, e "Comme moi" interpretata con il rapper francese Black M (riproposta poi come bonus track in lingua inglese, dal titolo "What we said"). "Comme moi" campiona il classico colombiano "La colegiala" (se non sbaglio, negli anni '80 era la canzone che veniva usata nelle pubblicità del caffè Kimbo), e l'accostamento è vincente:se non altro, offre un'identità ben definita al pezzo, un qualcosa che a differenza degli altri lo distingue e lo farà ricordare, il che non è roba da poco.
Del resto, se ne può fare tranquillamente a meno; considerato che il disco precedente, intitolato semplicemente "Shakira" ed interamente cantato in inglese non aveva riscosso enormi consensi, la cantante e ballerina di Barranquilla ha deciso di giocarsi le sue carte in lingua madre, offrendo qui e lì una versione "internazionale". Detto in parole povere, ha deciso di non rischiare e di rimettersi in gioco puntando sul sicuro. Per quanto mi riguarda, mettiamola così:qualche brano di "El dorado" meriterà altri ascolti questa estate, ma considerata la scarsa superfice libera per nuovi dischi nei miei scaffali, la "stagionalità" dell'album e l'altissima probabilità che finisca nel dimenticatoio, per l'acquisto stavolta preferisco saltare il giro e tornare al punto di partenza, in cerca di qualcosa per cui valga veramente la pena fare spazio.

VOTO : 5,5/10
BEST TRACKS : "Comme moi", "Coconut tree", "Nada".

(R.D.B.)


 

venerdì 30 giugno 2017

PLAYLIST :
THE CURE  #2 
(UNDERRATED TREASURES)


E rieccoci qui, per l'appendice necessaria alla prima selezione di brani dei Cure. Le motivazioni per cui ho scelto di fare una doppia scaletta le ho già ampiamente illustrate sul post precedente; quindi, poche chiacchiere, e andiamo a scoprire queste canzoni bellissime, ma di cui molta, troppa gente ne ignora l'esistenza.

1 - MORE THAN THIS (1998)
Scritta appositamente per il primo lungometraggio cinematografico di X-Files, "More than this" ha dei chiari accenni al sovrannaturale e alla fantascienza, anche se in realtà è un brano interpretabile, perchè gioca su un'ambivalenza tra canzone d'amore e pezzo strettamente dedicato al film. Il passaggio in cui Robert Smith canta "On your lips lies a secret, the promise of a kiss or something more than this?" è una chiara aspettativa sentimentale (o forse fa riferimento al fantomatico bacio sospirato per anni tra Moulder e Scully?), mentre tutto nelle strofe gioca sul doppio senso tra l'ignoto e un qualcosa di irraggiungibile ("Another second of my life not knowing if it's true...Make-believe in nothing, it's all I want of you..."). Uno Smith criptico come sempre, insomma, ma qui oltre al testo - davvero ben strutturato - ancora una volta è la musica a fare la differenza:ricorda per certi versi "Lullaby", con il suo ritmo compassato e iperprodotto, le tastiere che saturano le casse ed un pizzico di elettronica che i Cure già avevano iniziato a sperimentare sul finire degli anni 80. Il brano si può recuperare anche nel cofanetto "Join the dots", composto da 4 cd che contengono canzoni inedite, b-sides e versioni rare di pezzi più famosi; questo box è un'autentica miniera d'oro, perchè raccoglie oltre a "Burn" (di cui ho parlato prima, tratta da "The Crow") anche un altro brano di cui parlerò tra poco ("Breathe") ed un'altra perla incisa per il film di Judge Dredd, intitolata "Dredd song", che per ragioni numeriche non ha trovato spazio in questa scaletta.


2 - KYOTO SONG (1984)
Ok, lo ammetto:"Kyoto song" l'ho scoperta da poco (eppure ha 33 anni questa canzone, accidenti!) ed è anche uno dei motivi per cui, alla fine, ho dedicato due playlist ai Cure; sono questi, i tesori nascosti a cui accennavo prima:canzoni secondarie che raramente vengono proposte dal vivo e quasi mai passate per radio. E che dire? La linearità e la semplicità sulla quale è improntata la struttura melodica di questa canzone mi ha colpito quasi immediatamente, lasciandomi anche un grosso dubbio:anni fa io avevo ascoltato "The head on the door" e non mi era piaciuto; possibile che mi sia sfuggita? Non mi soffermerò più di tanto sull'album quindi, che conosco poco (prometto di coprire questa lacuna a breve) ma che so essere una naturale prosecuzione del periodo più dark del gruppo; "Kyoto song" è solo apparentemente un brano leggero e disimpegnato, perchè se lo si analizza a fondo, ci si può ritrovare la consueta oniricità, con il testo oscuro ed inquietante sin dalle prime battute:"A nightmare of you of death in the pool wakes me up at quarter to three...I'm lying on the floor of the night before with a stranger lying next to me...". Tutto ciò, come detto, va in contrasto con la musica, ma è come se le donasse una nuova chiave di lettura:è, insomma, un tipico esempio di come sentendo attentamente una canzone, si possa averne una percezione completamente diversa rispetto ad un ascolto poco incline all'analisi del testo; e così, quello che può sembrare un brano innocuo, con un giro di tastiere quasi allegro e spensierato, può in realtà suonare sinistro e agghiacciante. Non mi perdonerò tanto facilmente di aver trascurato questa canzone per così tanto tempo, ma da oggi in poi, guai a chi prova a togliermela dallo stereo!


3 - LAST DANCE (1989)
Eh già, ecco qui un altro pezzo tratto dal mio amatissimo "Disintegration". Non potevo proprio farne a meno, perchè "Last dance" è un episodio così introspettivo, così carico di tastiere evocative, che riesce a creare un'atmosfera crepuscolare che volge alla notte più buia. Introdotta da una chitarra acustica "a cascata" e da una batteria aritmica, il brano si sviluppa in tutta la sua emaciata e livida struttura, fino all'arrivo del cantato di Robert Smith, sofferto ed implorante:l'incipit "I'm so glad you came I'm so glad you remembered to see how we're ending our last dance together..." è già struggente di per sè, e lascia intendere dove ci porterà la narrazione; il testo è un'autentica poesia che in alcuni passaggi risulta essere davvero commovente ("But Christmas falls late now flatter and colder and never as bright as when we used to fall, all this in an instant before I can kiss you, A woman now standing were once there was only a girl..."), perchè parla degli ultimi attimi passati in compagnìa di una donna amata per anni che si sta spegnendo, e dal testo si evince che quelle che la vita sta separando, potrebbero essere due persone anziane ("C'è adesso una donna dove prima c'era una ragazza"..."Natale arriverà tardi quest'anno [..] non sarà luminoso come quelli che usavamo passare").  Difficilmente ho trovato tanta intensità in una canzone:la prima volta che la ascoltai, rimasi così incantato da dover staccare tutto e concedermi poi 10 minuti di silenzio per poterla assimilare. Ricordo anche che successivamente corsi a leggermi il testo sul libretto del cd, che ovviamente non fece altro che aumentare quel magone che pian piano mi stava assalendo. E quando una canzone ti tocca in modo così profondo e intimo, beh...rimarrà per sempre nelle tue corde. Tutti prima o poi ci troveremo ad affrontare un distacco del genere; mi piace pensare che "Last dance", un giorno, mi possa essere di conforto, in qualche modo. Perchè sarà come un "amico" che mi guarderà dentro, raccontando in musica la mia stessa tristezza, il mio stesso sconforto.
                                                                                                        

4 - BREATHE (1987)
E qui "Join the dots" è stato davvero prezioso:perchè senza quel box, credo sarebbe stato quasi impossibile avere questa canzone rimasterizzata in digitale (almeno al momento della sua uscita); "Breathe" è infatti la B-side del singolo "Catch" (tratto da "Kiss me Kiss me Kiss me") che uscì all'epoca solo in vinile 12'' e 45 giri, ed è un brano quasi interamente strumentale - chiaramente un demo, non so dire quanto incompiuto o quanto voluto così - interamente suonato con un organo accompagnato da una tastiera che sembra quasi una marcia funebre. Robert Smith canta solo il ritornello: "Breathe,breathe on me, Be like you used to be, breathe on me", ed è un'altra prova di rara intensità, tanto semplice quanto profonda e ricercata. Mettete da parte le convenzioni strutturali di una canzone, sedetevi su una sedia o poltrona che sia, davanti ad una finestra con degli alberi, ed ascoltatela. E' uno dei modi (poi ognuno ha il suo, sia ben chiaro) per poter apprezzare in pieno lo splendore di certe opere, che trascendono i generi, gli stili e i canoni che troppo spesso soffocano le emozioni ed indirizzano i nostri giudizi.



5 - TREASURE (1996)
Quest'ultima canzone ha vinto il ballotaggio in extremis con "Dredd song". Ci è riuscita perchè l'ho scoperta il giorno di Natale di 20 anni fa (giorno in cui, se ricordo bene, l'avrò ascoltata una decina di volte), e da lì in poi mi sono trovato spesso a ripescarla con piacere ogni volta che giro intorno a qualche disco dei Cure. E' una canzone abbastanza semplice, e neanche tanto elaborata, ma triste. Molto triste. Parla di una storia appena finita, e descrive alla perfezione quella che per il sottoscritto è una sacrosanta verità: "Remember I loved only you, remember me and smile...For it's better to forget than to remember me and cry.". Già, proprio così, ricorda con il sorriso, oppure è meglio dimenticare che ricordare e piangere. Molti potrebbero non trovarsi d'accordo con un'affermazione del genere, ma io mi ci rispecchio alla perfezione.
"Treasure" è l'unico brano dell'abum "Wild mood swings" ad avere una chiara impronta dei Cure più malinconici ed introspettivi, perchè per il resto è a tratti un disco bizzarro, giocoso ed un pò fuori dal loro classico stile.  


Chiudo qui, ora i brani selezionati sono10. Soddisfatto? In parte, direi di sì; meglio non pensarci troppo, perchè già mentre sto scrivendo questa coda finale, mi è tornato in mente un altro brano che ahimè non ho inserito (ve lo dico? certo che ve lo dico:"The loudest sound"). E' evidente come i Cure siano una delle mie band preferite, e non averli mai visti dal vivo è un'altra di quelle annose lacune a cui spero presto di rimediare. Ma mi viene da ridere:perchè per ora me la sono cavata, ma sto già pensando alle playlist future che dovrò stilare prossimamente, e non avete idea di quanti altri artisti mi metteranno in difficoltà con post del genere.
Nel frattempo, si è fatta notte, e tra un pò dovrò pur mettermi al letto; prima di coricarmi, mi accerterò che non ci sia l'uomo-ragno affamato a tessere la sua tela nei pressi del mio letto...non si sa mai. Robert Smith insegna.