domenica 8 ottobre 2017

PLAYLIST : 13 REASONS WHY


Tra le tantissime proposte targate Netflix, mi sono imbattuto in questa serie tv, dal titolo semplicissimo:"13" ("Th1rteen R3asons Why" in lingua originale). Sono una manciata di episodi che vanno a comporre un'unica stagione, la cui storia è tratta dal romanzo omonimo di Jay Asher.
Caratterizzata da una trama serrata (e da una struttura "duale" molto originale su carta), questa fiction tratta un argomento piuttosto scottante:il suicidio di una ragazza adolescente, Hannah Baker. 
Le ragioni del suo gesto estremo, vengono registrate e spiegate nei dettagli da lei stessa su 13 facciate di 7 cassette audio, numerate con uno smalto per unghie blu, che chiamano in causa, a turno, 13 persone tra amici (più presunti, che veri) e compagni di scuola; persone da cui lei è stata ingannata, che l'hanno fraintesa, ridicolizzata, emarginata ed (ahimè) anche violentata. Le cassette vengono chiuse in una scatola ed affidate a Tony (un ragazzo della scuola di cui Hannah si fida), poco prima che lei si tolga la vita; Tony deve assicurarsi che i nastri vengano ascoltati da tutti i diretti interessati privatamente, rendendolo un passaggio obbligatorio per le 13 persone coinvolte, pena la messa in pubblico dei nastri con tutte le conseguenze del caso. E' un argomento piuttosto scottante, che marginalmente riguarda anche il bullismo di cui oggi tanto si parla, ma che in realtà cela un'attenta analisi della nascita e dello sviluppo sempre più pesante di un forte disagio interiore, di inadeguatezza e di solitudine in molti adolescenti di oggi. 
In questo caso specifico, una serie di sfortunate coincidenze che seguono un pò il corso del famoso "effetto farfalla" (ovvero l'idea che piccole variazioni nelle condizioni iniziali producano poi grandi cambiamenti nel comportamento a lungo termine di un sistema) trascinano Hannah in una spirale da cui non riesce più ad uscire. A narrarci il contenuto di queste cassette, è Clay, timido ed introverso compagno di scuola innamorato (non dichiarato) di Hannah; egli è l'unica persona che non ha compiuto nulla di male nei suoi confronti:gli viene riservata la facciata numero 11, in cui la ragazza si scusa con lui per non averlo considerato nè trattato come dovuto, riconoscendo gli stessi sentimenti che Clay provava per lei; solo degli eventi casuali e sfortunati (raccontati nel dettaglio) hanno fatto sì che questi sentimenti non venissero a galla. Il ragazzo si strugge nel riascoltare la voce di Hannah e nello scoprire fatti di cui era all'oscuro e riguardanti persone che erano sotto i suoi occhi tutti i giorni. Più volte Clay si blocca senza riuscire ad andare avanti con l'ascolto, terrorizzato dal sentire cosa lo riguarda e ferito nel venire a conoscenza di verità sempre più amare e crude; per di più, non riesce a darsi pace per non aver colto i segnali del profondo disagio di Hannah:egli pensa che, se li avesse notati, forse avrebbe potuto salvarla. Non è stato difficile immedesimarmi nel suo ruolo per capire cosa potrebbe provare un ragazzo di 16 anni in una situazione del genere. Inoltre, mi sono anche soffermato sul pensiero del "non detto quando si poteva", che diventa prima di tutto un sentimento lancinante, e poi un eterno rimpianto. 
Per leggere il libro e vedere la serie è necessario analizzare i fatti con gli occhi di un adolescente, che è poi la chiave di tutto:da questa angolazione è più semplice intuire quanto, da eventi futili ed apparentemente innocui, si possa poi ad arrivare a situazioni più complicate e pesanti da affrontare (l'effetto farfalla di cui parlavo prima), che un adolescente vive in modo profondo e certamente più amplificato di un adulto, specie se si tratta di una personalità sensibile. 
Come molte serie tv, "13" ha una colonna sonora di tutto rispetto; sono presenti 2/3 brani a puntata, per lo più di artisti e gruppi poco conosciuti, a cui si affiancano mostri sacri come i The Cure e i Joy Division. Il tema principale è invece interpretato da Selena Gomez, che nella soundtrack è presente con due brani e che è anche produttrice esecutiva della serie di Netflix. Grazie a questa visione, ho scoperto canzoni di ottima levatura che altrimenti avrei per forza ignorato, e per questo devo fare un applauso alla produzione ed ai selezionatori dei brani, perchè hanno fatto davvero un ottimo lavoro. Molti di queste canzoni assumono una sfumatura diversa se legate al contesto della serie:sebbene valgano l'ascolto anche senza essere a conoscenza della storia di Hannah e Clay, perchè poetiche ed oggettivamente belle, vi consiglio di "viverle" accostandole a determinate scene di "Th1rteen  R3asons Why" (se lo avete già visto,ovviamente) o scoprirle accompagnate dalle immagini man mano che la vicenda viene narrata. 
Queste sono le mie 5 ragioni per cui vale la pena ascoltare la colonna sonora di una storia che fa riflettere su un dramma adolescenziale; dramma splendidamente raccontato sia nel libro, sia nella serie, che ha purtroppo portato una ragazza fragile come Hannah a trovare 13 ragioni per dire "basta".


1 - LORD HURON - THE NIGHT WE MET
Con questo pezzo di Lord Huron, è stato "amore al primo ascolto". Che poi, a ripensarci, è anche un modo di dire a tema con la canzone stessa. Delicata e struggente, ha una ritmica tipica dei lentoni strappalacrime anni 60; come fa un brano del genere a non entrarti nel cuore? Ha un gusto retrò indovinatissimo, che si sposa a meraviglia con una produzione moderna, e compare nel mezzo di un ballo scolastico, quando Clay finalmente riesce a superare la timidezza e chiede ad Hannah di ballare. E' un momento decisivo della storia dei due ragazzi, narrato nella cassetta sulla facciata dedicata a Clay:tutto sembra procedere verso un finale bellissimo con tanto di bacio, ma il destino interviene in modo infimo ed interrompe la magia del momento. Tipico di ogni storia d'amore di un qualsiasi film, direte voi, e non avete tutti i torti; ma tenete bene a mente che qui non c'è il solito (e scontatissimo) lieto fine. Prima di vedere "Th1rteen R3asons Why", io non sapevo neanche dell'esistenza di questa folk band losangelina. Devo ancora ascoltare l'album da cui è tratta questa canzone (il secondo della loro carriera, intitolato "Strange trails"), ma già so che la presenza di "The night we met" sarà sicuramente un punto a favore. Per me è diventata la canzone più rappresentativa dell'intera serie:le strofe "I am not the only traveler who has not repaid his debt, I've been searching for a trail to follow again; Take me back to the night we met..." sono cariche di amarezza e malinconia per quel che poteva essere e non è stato; calzano così alla perfezione nella scena che rappresentano, sono il ricordo di una notte e di un momento dolce che si affaccia nella mente con la consapevolezza che non potrà mai più essere rivissuto o recuperato. "The night we met" è quanto di meglio si possa andare a pescare, sul piano musicale, in una fiction televisiva.



2 - BEACH HOUSE - ELEGY TO THE VOID
Clay soffre da cani nel sentire la voce della ragazza che amava mentre racconta, in sequenza, un fatto dopo l'altro ed il disagio procuratogli dai protagonisti delle cassette. Più volta si blocca nell'ascolto, riflette e non si da pace. Vorrebbe rendere pubblico il male che ha subito Hannah e vorrebbe regolare i conti con i responsabili; ma è marcato stretto da Tony, il suo migliore amico e iniziale custode delle cassette. Tony ha ascoltato i nastri prima di Clay, e sa benissimo cosa sta passando il suo amico, nastro dopo nastro. Spesso lo supporta, lo aiuta ad affrontare il dolore ed, attraverso dialoghi mai lasciati al caso, in qualche modo prende per mano Clay e lo aiuta a superare i blocchi e le sofferenze che ne derivano, guidandolo fino all'ultima cassetta. Perché se c'é qualcuno che merita, più di tutti, di sapere le ragioni del gesto di Hannah, quello non puó che essere lui. E' nel corso di uno di questi dialoghi serrati, sugli scalini della palestra della scuola, che "Elegy to the void" entra gradualmente con le sue tastiere cupissime ed ansiose, sovrapponendosi alle voci dei protagonisti in modo sempre più deciso. A contribuire alla solennità del pezzo c'è anche il testo, ("To your sons and daughter bending at the altar, disappearing in the mirror" è il passaggio iniziale, indicativo dell'atmosfera greve che la combinazione note/parole va a creare), che pur nella sua negatività apre ad un barlume di speranza ("...waiting for the light to come again..."). Il risultato è un qualcosa di magnetico ed opprimente allo stesso tempo, sicuramente non di facile ascolto. Estrapolato dal suo contesto, potrebbe anche non piacere, ma vi garantisco che brani pop di tale intensità sono molto, molto rari. I Beach House sono un gruppo americano proveniente da Baltimora, ed "Elegy to the void" è tratta dall'album "Thank you lucky stars" del 2015. Questo pezzo, purtroppo non è incluso nella colonna sonora ufficiale di "13" (non chiedetemi perchè, ma è un gran peccato), e quindi per averla bisogna andarsi a cercare il suddetto cd dei Beach House, che vale la pena di ascoltare perchè contiene 3/4 brani di notevole fattura.



3 - THE MOTH & THE FLAME - YOUNG & UNAFRAID
Questo è un altro pezzo che non è incluso nella soundtrack di "Th1rteen R3asons Why". Gli autori sono stati tanto bravi a selezionare le musiche che accompagnano le immagini, ma vanno assolutamente bacchettati per queste omissioni su disco (che credo, poi, siano più dovute ad un problema di diritti tra case discografiche). Fatto sta che, con questo bellissimo e trascinante pezzo pop dei "The Moth & The Flame" c'è un ulteriore guaio:nonostante le sterminate risorse che offre il web e lo shopping online, il cd che lo contiene è letteralmente introvabile. Non si può comprare - su supporto fisico - da nessuna parte; il che è paradossale ai giorni nostri, e ti devi accontentare di un anonimo quanto "piatto" download in mp3. "Young & unafraid" è forse il brano più solare utilizzato in tutta la serie:è un pop moderno ed elettronico che nasce però da un arpeggio di chitarra acustica. Ad un primo ascolto ero convinto che fosse un pezzo dei Twenty One Pilots o dei The Chainsmokers (e non ci sono andato poi lontano, perchè quest'ultimi ne hanno uno simile come struttura ed arrangiamenti), e ci vedrei bene persino gli ultimi Coldplay ad interpretarlo; non è nulla di particolarmente originale, quindi, però ha la giusta carica ed è maledettamente orecchiabile, tanto da rimanerti impresso in modo istantaneo. In una playlist fatta prevalentemente di canzoni cupe un pezzo che spezza l'atmosfera ci deve essere, e questo dei The Moth & The Flame è perfetto.


4 - THE CHROMATICS - INTO THE BLACK
Toh! guarda chi si rivede! I Chromatics, ancora una volta. Dopo averli scoperti nella colonna sonora di "Drive" (basti ricordare l'inizio del film, con Ryan Gosling che guida nella notte mentre le note di "Tick of the clock", ipnotiche, scorrono in sottofondo), ed averli piacevolmente ritrovati in quella della terza stagione di Twin Peaks con un pezzo bellissimo ("Shadows", di cui parlerò in una delle prossime recensioni), eccoli anche qui con questa "Into the black". Il brano è in realtà una cover di "Hey Hey My My" di Neil Young, con leggere varianti nel testo che è stato riadattato; la melodia, splendida, è però rimasta intatta, e seppur questa reinterpretazione in chiave elettro-rock possa sembrare un azzardo, funziona. Gli archi tastieristici che si aprono dopo un paio di minuti sono semplicemente meravigliosi. Amo alcuni passaggi delle lyrics, su tutti il momento in cui dice "They give you this, but you pay for that" e la suggestiva chiusura "Hey hey, my my, rock'n'roll can never die. There's more in the pictures than meets the eye...". Certe canzoni sono talmente immediate e cariche di significato che come le metti, le metti, non perdono il loro fascino. Nonostante molti dei lavori dei Chromatics siano basati su elettronica pura e sperimentale (quindi abbastanza difficilotti da mandare giù se non si è un amante del genere), è già la terza volta che tirano fuori dal cilindro una magìa di assoluto valore che va a sposarsi alla perfezione ad un film o ad una serie televisiva. Johnny Jewels, il polistrumentista leader del gruppo è senz'altro diventato in pochi anni, un fuoriclasse nel suo ambito. I suoi Chromatics stanno esportando musica di qualità nel mondo cinematografico, creando un filone ad effetto che stanno percorrendo anche i francesi M83 e che ancora non hanno esplorato i Daft Punk (ma...scommetiamo che, a breve...?).
"Into the black", in questa versione, o nella versione originale, o nella cover dei Battleme ha il medesimo risultato:che la si canti di prima mattina appena svegli, o la si ascolti in una passeggiata pomeridiana in un parco, o in piena notte davanti ad un cielo stellato, è capace di regalare brividi non di poco conto. Brividi velati da un pò di tristezza, e dal retrogusto dolce-amaro, sia chiaro. Ma con il giusto stato d'animo, provate a dargli una possibilità. Non ne rimarrete delusi.


5 - SELENA GOMEZ - ONLY YOU
Ed ecco quello che è, tirando le somme, il brano piú emblematico della serie; un pò per la fama dell'interprete (che è di gran lunga superiore a quella di tutti gli altri partecipanti alla soundtrack, The Cure esclusi), un pò perchè il testo potrebbe essere l'esatta rappresentazione dei pensieri di Hannah nei confronti di Clay (o viceversa):"Listen to the words that you say, it's getting harder to stay, when I see you. All I needed was the love you gave, all I needed for another day...and all I ever knew, only you...". "Only you" è una cover di Alison Moyet risalente ai tempi con gli Yazoo, ed è stata rivisitata più volte da diversi artisti negli anni con risultati quasi sempre apprezzabili; la veste donatale da Selena Gomez, più toccante e riflessiva, scandita dai rintocchi di un pianoforte e da tastiere talmente delicate che sembrano accarezzare le orecchie, è senza ombra di dubbio un valore aggiunto rispetto alle altre reinterpretazioni:arrivo addirittura a dire che il pezzo, sebbene mantenga una forte componente pop, e pur presentandosi sotto forma di ballad, è mille volte più bello della versione originale; quando poi, sul finale, poco prima dell'ultima strofa cresce il pathos con le tastiere, vince letteralmente a mani basse.
Non dimentichiamo che la Gomez è stata anche scelta come produttrice esecutiva di "13", che inizialmente doveva essere un film e ad interpretare il ruolo di Hannah doveva essere proprio lei.
Sono certo che Selena avesse sin dall'inizio in mente una cover di questa "Only you", perchè incarna a tutti gli effetti lo spirito della storia, e non a caso, è anche il brano di apertura della colonna sonora. Quando si è deciso di adattare il romanzo portandolo ad essere una serie tv, la scelta per il ruolo di protagonista è ricaduta su Katherine Langford, che a mio avviso, oltre ad essere davvero carina, è stata molto brava a renderlo in tutto e per tutto simile al personaggio del libro.

La soundtrack di "Th1rteen R3asons Why" è in uscita in questi giorni in Europa (un pò in ritardo, ad onor del vero), e vedrà la luce, almeno per ora, soltanto nella versione in vinile. Io non ho voluto aspettare tutto questo tempo, ed ho ordinato direttamente dagli USA la versione in vinile "clear" che si vedrà nella foto (quando arriverà), visto che la versione europea sarà oltretutto in comunissimo vinile nero. Come già detto, la selezione degli artisti e dei brani in scaletta è di tutto rispetto, ed oltre ai già più volte citati The Cure (con "Fascination street"), si possono ascoltare altri pezzi di The Alarm e The Call. I vinili contengono anche un'apprezzabile versione di "Killing moon", bellissimo e atmosferico brano originariamente inciso dagli Echo & The Bunnymen, e qui coverizzato dai Roman Remains. Ma al di là dell'aspetto musicale, ribadisco come questa selezione sia capace di prendere vita se abbinata alle immagini della serie, che merita davvero di essere vista. Se deciderete di farlo, ricordatevi di tornare indietro ai vostri 16 anni, e di entrare in quello spirito e in quella mentalità che contraddistingue l'età dell'adolescenza:è semplice, perchè l'abbiamo vissuta tutti. Solo allora potrete ascoltare e capire a fondo cosa ha da raccontare Hannah Baker. L'amore per la colonna sonora sarà una diretta conseguenza, e sono certo, arriverà senza troppa fatica.


lunedì 11 settembre 2017

ISTANTANEA DI UN'ESTATE DEL 2017


Purtroppo devo tornare ad essere cattivo. Nella realtà lo sono molto di più, ma quando si tratta di scrivere qui, il più delle volte o si parla di grandi artisti, o di grandi album. Lascio poco spazio a ciò che non è degno di attenzione. Però un resoconto veloce e scarno sull'estate musicale del 2017, perdonatemi, andava fatto:perchè verrà da tutti ricordata come l'estate di "Despacito", ed è una cosa che mi fa letteralmente venire i brividi. Non so chi decide come sarà e quale sarà il tormentone di ogni estate, che con abili operazioni di marketing/stalking viene imposto alla massa, in questo caso fatta per lo più da ragazzi di questa generazione che cresceranno con questa robaccia penosa nelle orecchie. Poveri loro. E poveri noi, che subiamo questo bombardamento e che dobbiamo assistere ad adolescenti imbronciati che improvvisamente volgono all'entusiasmo quando ascoltano le note di cotanto pezzo di musica sciatta. Se ne prendi uno, uno qualsiasi, e gli dici "ragazzo, perchè non ascolti "Stairway to heaven"o "Another brick in the wall", ti guarda con lo sguardo sorpreso, ci pensa sù (neanche più di tanto), e nella migliore delle ipotesi, se sa riconoscerle ti dice "naaah quella è roba per vecchi!". Nella peggiore dirà "scusa chi le canta? Ariana Grande?".
Chi mi conosce bene, sa che io non mi muovo senza cuffie e senza un lettore mp3. 15 anni fa era un discman, e nei primi anni 90 un walkman. Oggi ho delle memorie USB persino per l'autoradio:più musica porto dietro, meglio è. Chi ha letto qualcosina qui, sa anche che amo fare playlist personalizzate (sì, sono l'alter-ego di Robert Fleming di "Alta fedeltà", il romanzo di Nick Hornby).
Perchè, direte voi? Perchè devo decidere io cosa ascoltare, senza imposizioni e senza lavaggi del cervello. Vale lo stesso per la tv, dove per me i canali dall'1 al 9 non esistono, e campo benissimo facendone a meno.
Quindi, non mi importa di quello che vogliono imporre le radio, che passano 55 volte al giorno la stessa canzone, senza pietá, finchè le case discografiche gli dicono "stop! ora passa quest'altra". Scelgono loro il genere, l'artista e il metodo per fartelo entrare in testa nel più breve tempo possibile:uno spot pubblicitario, un video accattivante, i sempiterni passaggi radiofonici, ed eccolo lì, che si appiccica sulla pelle delle orecchie come la super-attack. Non ci rendiamo conto che quasi te lo impongono, e questo a me non va più bene da almeno un ventennio. Li definiscono tormentoni per loro scelta, così vendono anche di più, e più la melodia è trascinante, più il testo è frivolo e privo di senso logico. Ricordo l'estate del 1992 (ah! caro vecchio Festivalbar!): il grandissimo successo di quell'anno era "Rhythm is a dancer" degli Snap!; dance commercialotta, per carità, ma innovativa. Qualcosa per cui valeva l'ascolto, qualcosa di buono, c'era. Questo è solo uno degli esempi più eclatanti, perchè poi ogni epoca è stata segnata dai generi più disparati, dal pop elettronico anni 80 al latino americano in voga nei primi anni del 2000; in mezzo c'è stata anche una fase rap, pensate un pò, che raggiunse il culmine con "I'll be missing you" di Puff Daddy. Persino la musica italiana in quegli anni aveva ancora un senso compiuto:"Il battito animale" di Raf si ascoltava con piacere, e chi di noi non ha mai cantato con la voce mezza strillata "Mare mare" di Luca Carboni? Sto ricordando senza neanche tanto sforzo, e senza aiutarmi con i motori di ricerca. Ma se mi chiedete qual è stato il tormentone dell'anno scorso, senza andare troppo indietro nel tempo, non so rispondervi. E' già finito nel dimenticatoio. Negli ultimi tempi, c'è stata una profonda fase di vuoto, la qualità delle proposte si è abbassata moltissimo, ma non la capacità dell'ambiente in cui viviamo di lobotomizzare il cervello dell'ascoltatore medio.
Siamo tornati quindi ai giorni nostri, e al grande successo di quest'anno, firmato da tale Luis Fonsi, che fino a ieri per quanto mi riguarda poteva anche essere il cuoco di burritos in qualche locale portoricano. La casa discografica che si è accaparrata il diritto di avere la hit dell'estate del 2017 (se lo giocano a carte, e quindi rendiamo onore al merito e nominiamo la vincitrice:la Universal) non era neanche tanto sicura di avere tra le mani il brano giusto, e quindi ha voluto assicurarsi che il pezzo avesse la giusta visibilità; serviva la partecipazione di una star, e quindi ha prima pescato un altro artista connazionale di Fonsi, Daddy Yankee, senz'altro più affermato e già con diverse hit alle spalle (ve la ricordate "Gasolina"?). Poi per essere ancora più sicuri di farlo piacere alla massa e al pubblico americano (che è anche il mercato di riferimento mondiale, nonostante le sue bieche regole e la perenne staticità), ha fatto produrre un remix aggiungendo la comparsata di Justin Bieber (che con i portoricani non c'azzecca niente, ma va bene lo stesso), ed il gioco è fatto:tutti a cantare e ballare come poveri imbecilli questa splendida forma di arte musicale.
C'è stato anche un pezzo antagonista.
C'è sempre, ma inevitabilmente viene dimenticato o relegato alle compilation stile "One Shot", e per quanto io lo consideri superiore (e ci voleva davvero poco) a quello di Luis Fonsi, meriterebbe anche questo fiumi di parole (amare):parlo di "Wild thoughts" di Dj Khaled feat.Rihanna, che ogni santa mattina era la sveglia proposta (anzi, imposta) dal bar mentre facevo colazione e leggevo il giornale. 
Il binomio di un Dj con Rihanna poteva anche funzionare; peccato che sia stato costruito praticamente per intero su una neanche tanto vecchia hit di Santana con i Product J&B, che tutti dovremmo ricordare:"Maria Maria". Si parla di campionamenti, ma "Wild thoughts" non utilizza semplicemente dei samples dell'arcinoto hit di Santana:è un assurdo "copia e incolla" della base musicale, presa per intero (ritmica e riff di chitarra compresi) sulla quale hanno schiaffato la voce di Rihanna e di Bryson Tiller (nuova scoperta del rap a stelle e strisce). Cosa giustifica la presenza di Dj Khaled in questo progetto, non ve lo saprei dire; l'idea? ah beh, allora lo terrò a mente. Magari il prossimo anno potrò inventarmelo anche io il nuovo tormentone estivo, prendendo la base di "Believe" di Cher e facendoci cantare sopra un testo simile ("Wi-Wi-Wi-Wild thoughts, Nake-Nake-Naked") da...boh? facciamo Lady GaGa?
Potrei passare per un genio, e magari mi meriterò la copertina di qualche rivista del settore. 
Se volete, poi, anche una fotografia dello stato attuale in cui versa la musica italiana, prendete la tracklist di una qualsiasi compilation uscita tra giugno e luglio. E' un'esperienza, giuro, da far accapponare la pelle:ho letto nomi di gruppi (Thegiornalisti) e cantanti (Samuel Atzei, Ermal Meta), oltre a titoli di canzoni ("L'esercito del selfie", "Tra le granite e le granate" su tutti) che devono essere davvero un'esperienza mistica da cui spero di salvare le mie orecchie da qui fino alle prossime settimane. Tra pochi mesi nessuno li ricorderà. Spero.
Questa è la situazione odierna, ed allora ben vengano e siano santificate le mie playlist:ho creato io stesso, anche quest'anno, la mia colonna sonora, ne vado fiero ed attenzione:non è fatta di pezzi anni 60, non ci sono brani di Bob Dylan, nè dei Queen, nè dei Nirvana. E' interamente fatta di musica attuale. Uscita quest'anno. Incredibile vero? 
Quella che ho ascoltato, è musica che ha ragione di esistere, e che almeno ha qualcosa da dire. E così, la canzone che porterò nel cuore come istantanea di quest'estate del 2017, è "Young" dei Chainsmokers:un pop di tutto rispetto, attualissimo, melodico e anche questo commerciale. 
E' un brano tratto dal loro ultimo lp, "Memories...do not open", che pur senza eccessive pretese posso inserire nella mia personalissima selezione di lavori validi. Se non altro, contiene una manciata di brani gradevoli, abbastanza vari e di facile ascolto.
Non è un capolavoro, sia chiaro, ed i Chainsmokers non sono i nuovi messia del pop; però mi hanno tenuto compagnia con quelle sonorità retrò ed al tempo stesso moderne, abbinate a testi spesso dal retrogusto dolceamaro:"Young" ne è un tipico esempio, si parla dei tempi andati, di quando si era più giovani ed anche più irresponsabili; le cose si facevano, anche le più pericolose, senza pensarci due volte ed era tutto più bello proprio per quello.


Un'altra canzone che ho ascoltato con piacere e molto di frequente, è "Lawless" dei Colours, duo americano autore di un notevole disco di musica elettro-pop, "Ivory". "Lawless" è il brano di apertura dell'album, delicato ed evocativo, parla di una storia sentimentale che non va per il verso giusto, di una personalità schiacciata e succube dell'altra, che non riesce ad uscire dal circolo vizioso della coppia. Un lento perfetto per i momenti riflessivi, in perfetta antitesi con "Young" che andava bene per quelli "gasati", divertenti e più spensierati. 




"Ivory" è nel suo complesso un lavoro notevolissimo, meritevole di attenzione anche se non di facile reperibilità nei nostri scaffali. Se avete un negoziante di fiducia che importa dischi dall'estero, potreste chiederglielo. Altrimenti, muovetevi online; con un pò di pazienza, si trova abbastanza facilmente.
In realtà e per completezza, non posso non menzionare quello che, nel suo insieme, è stato l'album che ho suonato di più in assoluto:"13 reasons why", ovvero la soundtrack della serie tv di Netflix. 
Non mi soffermo più di tanto sui dettagli, perchè delle migliori canzoni contenute in quella compilation pubblicherò a breve una playlist, per inquadrarle meglio e parlarne più approfonditamente.
Ma più volte, devo riconoscerlo, sono andato ad attingere dalla selezione musicale proposta in quel disco, che è davvero di tutto rispetto. Potrei elencare altri lavori che considero validi, ma rischierei di diventare prolisso; quindi, tirando le somme, ecco ancora una volta il mio consiglio fraterno (o paterno, come volete):abbassate il volume delle radio (quelle commerciali almeno), e spegnete quei maledetti televisori che vi rincretiniscono; scegliete voi cosa ascoltare, in base al vostro umore, all'emozione che una combinazione di note sa darvi, alle sensazioni che un brano vi può far provare. L'ambiente esterno vi regalerà comunque qualcosa di suo, perchè ci sarà sempre una canzone che suonerà in una serata particolare, in una giornata che rimarrà scolpita nella memoria, e che si legherà ad un avvenimento triste o meraviglioso. Quella non potrete sceglierla, ci sarà e deciderà il caso quale dovrà essere.
Per tutto il resto, scavate, cercate ed ascoltate bene, perchè qualcosa di molto più valido e meritevole di attenzione, c'è. 
Vedrete che sarà senz'altro migliore di una qualsiasi "Despacito". 
Già. 
Senz'altro migliore.

(R.D.B.)


lunedì 28 agosto 2017

MICHAEL JACKSON - BAD (1987)
LABEL : EPIC RECORDS
FORMAT : LP





No, questa non è per niente facile. Come poter scrivere in modo neutrale di quello che io considero, in assoluto, il mio album preferito? Cercherò di inquadrarlo storicamente, di farne una cronaca strettamente artistica e di limitare il più possibile i giudizi personali; mi sembra ovvio, è l'unica strada per riuscire ad essere imparziale. Il dilemma, prima di iniziare a scrivere è stato questo:se non assegno il massimo voto a "Bad" di Michael Jackson, a quale altro disco potrei metterlo? Alla fine, dopo diverse considerazioni e senza neanche pensarci troppo, il dilemma l'ho risolto. E quindi, se volete già da subito togliervi lo sfizio di sapere che voto avrà questo album, scorrete pure la pagina fino in fondo. Le motivazioni, invece, ve le potrete ricavare qui di seguito, traendo delle conclusioni da quello che sto per raccontare.
Per farlo, è necessario montare sulla macchina del tempo e tornare esattamente al luglio del 1987, ovvero trent'anni fa, precisi precisi. Già, perchè la scelta di parlare di questo disco proprio adesso, è tutto tranne che casuale:festeggia il suo trentennale, ok; ma ho deciso di pubblicare questo post oggi, 29 agosto, perchè è la ricorrenza del compleanno del re del pop. Un'ulteriore coincidenza, è che "Bad" usciva, nel 1987, proprio alla fine di agosto:una catena di eventi del genere, perdonatemi, andava celebrata a dovere.
Il Michael Jackson che si affaccia ai primi mesi del 1987, è un'artista che si porta sulle spalle un fardello enorme:l'ingombrante e mastodontico successo del precedente "Thriller" che, datato dicembre 1982, viene riconosciuto proprio nei primi mesi dell'anno come "album più venduto di tutti i tempi" dal guinness dei primati. Nei 4 anni e pochi mesi trascorsi tra l'uscita del disco dei record e l'inizio dell'87, Jackson ha scritto e prodotto "We are the world", riunendo un cast stellare nel progetto "Usa for Afrika", ha fatto qualche comparsata in dischi altrui (Diana Ross, Rockwell e il fratello Jermaine), e partecipato da protagonista ad un mini-film in esclusiva per la Disney, "Captain Eo" (diretto da George Lucas e Steven Spielberg), contenente due brani inediti incisi per l'occasione a far da colonna sonora. Stop. Un pò pochino, tant'è che la stampa - impietosa come sempre - pur di vendere sfruttandone il nome, inventa storie poco credibili, gossip e falsità varie sull'artista, giocando anche sulla mancanza di apparizioni pubbliche, e su una totale assenza di interviste e notizie circa nuovi progetti. I fans, inoltre, sono al limite della pazienza, visto che il successore di "Thriller" viene annunciato da ormai un paio di anni e sistematicamente rimandato. Ma il 1987 nasce sotto una buona stella, le voci su un'imminente comeback iniziano a diventare sempre più insistenti e diventano poi realtà nel mese di luglio, quando nei negozi viene distribuito il singolo che anticipa l'uscita dell'album (prevista un mese dopo), "I just can't stop loving you".
Perchè tutti questi rinvii, e tanti anni di attesa? Si potrebbe riassumere questo ritardo con poco, citando le parole testuali del produttore Quincy Jones, con il quale Jackson aveva già collaborato negli album precedenti:"Ho avuto come l'impressione che Michael trovasse ogni scusa per evitare di affrontare l'inizio di un nuovo disco". Chiunque avrebbe avvertito questo tipo di pressione; "Thriller" sarebbe stato termine di paragone (con il nuovo lavoro che sarebbe stato per forza di cose perdente) e metro di giudizio per il mondo intero, e Michael Jackson non solo voleva proporre un disco all'altezza, ma addirittura migliore, sia a livello qualitativo che in termini di vendite:il primo obiettivo, a conti fatti, verrà centrato in pieno, non il secondo che, del resto, si rivelerà come un'impresa ai limiti dell'impossibile ("Bad" è comunque ancora oggi nella top 10 degli album più venduti:meglio specificarlo per evitare che qualcuno possa pensare che sia stato un flop).
E così partecipo anche io, a distanza di tanti anni, al giochetto che in molti pregustavano all'epoca dell'uscita del nuovo disco:se proprio vogliamo paragonarlo a "Thriller", "Bad" è un album più maturo rispetto al suo predecessore; è meno black e più pop, e senza dubbio offre un sound più moderno ed elaborato. 
Più di tutto, colpisce la capacità di avere tutti i brani (tranne uno) pubblicati come singolo (i primi 5, a cavallo tra il 1987 e 1988 riescono a piazzarsi tutti al numero 1 in USA, segnando un ulteriore record a favore della popstar), il che lo rende una sorta di "greatest hits"; credo, a memoria, che in rapporto al numero di brani proposti non esista lavoro discografico capace di tanto.
"Bad" diventa, inoltre, un ulteriore passo in avanti per la carriera di Michael Jackson:è il trampolino di lancio per il primo tour da solista, il "Bad Tour", ovviamente campione di incassi, e genera la bellezza di 10 video ed un film ("Moonwalker") che ne conferma le doti di intrattenitore, innovatore, ed artista completo, iconico, istrionico, unico nel suo genere.
Senza dubbio, si tratta di un album universale, che può piacere a qualsiasi amante della musica; è un miscuglio incredibile di sonorità provenienti da un pò tutti i generi:c'è R&B, c'è soul, gospel, rock ed (ovviamente) pop. 
Ma è soprattutto un album dall'anima dance, con degli autentici classici da pista da ballo.
Il disco si apre con la title-track:4 minuti tiratissimi di puro synth-pop, e di sicuro impatto:è qui che si intuisce l'evoluzione di Michael Jackson come cantante ed interprete, ed è qui che si ha da subito la certezza che il tocco magico del re del pop è tutt'altro che esaurito. "Bad" travolge con una base ritmica scandita alla perfezione ed arrangiata in modo superbo, dove la voce di Michael si muove costruendo un percorso melodico che fa perno su un ritornello di facile presa e travolgente. Lo splendido assolo di Hammond a metà canzone, ricordo nostalgico degli anni 60, è in netto contrasto con la base ancor oggi attualissima, caratteristica che possiamo ritrovare in tanti successi anche più datati di Jackson (immaginate di sentire oggi in radio una "Billie Jean", una "Rock with you" o una "Beat it" presentata come "novità", e ditemi se non ho ragione). La successiva "The way you make me feel" segue lo stesso percorso danzereccio, assalendo l'ascoltatore con delle percussioni ossessive su cui si dipana lo sviluppo della melodia; il cantato di Michael, che tocca note altissime ai limiti del falsetto, viene interpuntato dai cori nel ritornello, creando un impasto azzeccato e fulminante. Il terzo solco è un capolavoro di musica elettronica, originalissimo sia nella produzione che nell'interpretazione:"Speed demon" parte (letteralmente e musicalmente) con una sgasata di motore, sulla quale si sviluppa una base dal ricchissimo arrangiamento, fatto di chitarre, synclavier e sax. La voce, ruvida e tirata nelle strofe, nel bridge diventa improvvisamente un falsetto pazzesco; è da considerare a tutti gli effetti uno strumento aggiuntivo che si amalgama alla perfezione a quello che è un vero e proprio concerto dalle sonorità più disparate, da ascoltare in autostrada sulla corsia di sorpasso, da casello a casello. Considerato un pezzo minore del disco, in realtà "Speed demon" è un'autentica genialata di musica sintetica e campionata:roba da far invidia a chi, oggi, lavora quasi totalmente una base davanti ad un pc.
Dopo 3 stilettate senza respiro, arriva il primo lento, e signori, lasciatemelo dire:che lento! "Liberian girl" è pura poesia per le orecchie, poco meno di 4 minuti carichi di intensità in cui si susseguono tastiere evocative e percussioni africane; una splendida ballad, affascinante e ricca di sfumature, interpretata magistralmente da Michael. Provate ad ascoltarla sdraiati, al buio, in cuffia:vi accorgerete che questa è musica che vive e respira, e vi porterà - anche se per poco - in un'altra dimensione.
La facciata A dell'album si chiude con "Just good friends", duetto d'eccezione con Stevie Wonder:anche se il brano di per sè non è niente di eccezionale, è curioso che sia stato l'unico a non essere lanciato come singolo; un duetto di questa portata poteva essere relegato al ruolo di comprimario solo in un album come "Bad". 
Il pezzo è comunque fresco e divertente, e si percepisce un certo divertimento nell'inciderla da parte delle due superstar, le cui voci si concatenano in un continuo alternarsi dal finale pirotecnico.
Mentre giro il disco sulla facciata B, rifletto su quanti album possono vantare una sequenza di brani di questa portata, variegata e micidiale. La risposta è scontata:"pochi; quasi nessuno".
La puntina riparte suonando "Another part of me", brano già incluso in "Captain Eo", ma qui riarrangiato e perfezionato (quello nel mediometraggio era chiaramente un demo). Il testo è privo di grossi significati al di fuori della storia del film, ma ancora una volta è l'impianto sonoro a farla da padrone; l'orchestrazione è avvolgente, gli arrangiamenti magistralmente assemblati e sequenziati, in perfetto sincrono con un Michael dalla timbrica alta, eclettico e totalmente a suo agio nell'interpretazione. Con "Man in the mirror", poi, il re del pop cala uno degli assi nella manica dell'intero progetto (e non sarà l'unico):scritto da Glenn Ballard e Siedah Garret, sono 5 minuti di altissimo spessore musicale e dall'alto contenuto soul, interpretati in modo sublime; da metà canzone in poi, il brano diventa un inno gospel, che costituisce un auto-invito a rivedere le proprie abitudini, ad aprire gli occhi ed aiutare il prossimo per vivere in un mondo migliore:
"I’m gonna make a change, for once in my life
It’s gonna feel real good, gonna make a difference
Gonna make it right...
As I turn up the collar on my favorite winter coat
This wind is blowin’ my mind
I see the kids in the street, with not enough to eat
Who am I, to be blind? Pretending not to see their needs
A summer’s disregard, a broken bottle top
And a one man’s soul
They follow each other on the wind ya’ know
’Cause they got nowhere to go
That’s why I want you to know
I’m starting with the man in the mirror
I’m asking him to change his ways
And no message could have been any clearer
If you wanna make the world a better place
Take a look at yourself, and then make a change..."
"Se vuoi che il mondo sia un posto migliore, guarda te stesso e fai un cambiamento":questo è il messaggio della canzone, che vede Jackson dare il meglio di sè, sfoderando tutte le sue grandissime doti vocali. E come non richiamare alla memoria, l'emozionante esibizione ai grammy del 1988 del brano? "Man in the mirror" è senza dubbio uno degli episodi più riusciti dell'intera carriera di Michael, tanto da diventare una canzone-simbolo al pari della già citata "We are the world".
La co-autrice del pezzo, Siedah Garret, è anche la protagonista di "I just can't stop loving you", secondo duetto del disco e, come già detto in precedenza, brano scelto come singolo di assaggio prima dell'uscita dell'lp. All'epoca questa decisione lasciò un pò spiazzati i critici, un pò per la scelta di Siedah, allora sconosciuta, come partner; ed un pò perchè non era il pezzo dance che tutti si aspettavano. In realtà, Michael Jackson e Quincy Jones hanno seguito lo stesso modus operandi del precedente "Thriller", anticipato anch'esso da un duetto ("The girl is mine" con Paul McCartney), che era un lento (meno romantico e più giocoso di questo, ma pur sempre un lento). Ad ogni modo, la scelta risulta ancora una volta indovinata, visto che "I just can't stop loving you" riesce a raggiungere il numero 1 nelle classifiche in quasi tutti i paesi. Orecchiabile e ben strutturato, il brano si apre con la voce di Michael che sussurra versi d'amore; quando subentra il pianoforte, il canto cresce e viene doppiato dalla voce della Garret, trasformando il pezzo in un duetto serrato capace di esplodere in un ritornello tanto semplice quanto immediato. Giunti a questo punto, nei pressi dei due brani di chiusura, è palese come Michael Jackson sia già riuscito ad offrire un lavoro complessivamente all'altezza di "Thriller". L'ascoltatore è ancora inebriato dalle atmosfere delicate e soffuse di "I just can't stop loving you" quando irrompe il cupo intro di "Dirty Diana", che spariglia le carte e cambia totalmente il mood precedente. Introdotto da un apparente pubblico "live", questo pezzo riporta Michael ad un rock sanguigno e diretto, che esplode in un indovinato giro di chitarra di Steve Stevens (già chitarrista di Billy Idol). Il synth ipnotico, il tappeto di tastiere e il basso pulsante creano un "effetto onda" misterioso e grave, al quale si aggiunge l'ennesima prova vocale ed interpretativa sopra le righe, che rende il pezzo magnetico, da ascoltare con il fiato sospeso dall'inizio alla fine:
"She likes the boys in the band
She knows when they come to town
Every musician's fan after the curtain comes down
She waits at backstage doors
For those who have prestige
Who promise fortune and fame
A life that's so carefree

She's says that's okay
Hey baby do what you want
I'll be your night lovin' thing
I'll be the freak you can taunt
And I don't care what you say
I want to go too far
I'll be your everything
If you make me a star...
"

Per la prima volta, Jackson si spinge in una realtà amara, e "Dirty Diana" rappresenta un'ulteriore evoluzione nel songwriting del re del pop:e' infatti la storia, narrata per immagini, di una groupie di provincia disposta a tutto pur di entrare a far parte del mondo dello spettacolo. Il finale, che riprende il climax complessivo, richiama a sè tutta l'orchestrazione in un'esplosione definitiva di rara efficacia, giusto epilogo di un pezzo splendidamente realizzato.
Ultimo brano in scaletta è "Smooth criminal", altro grande esempio della capacità di Michael Jackson di variare timbro vocale ed elaborare autentici capolavori pop. Questo brano diverrà, negli anni, uno dei grandi classici del repertorio jacksoniano ed uno dei brani più apprezzati dal grande pubblico. Con un'apertura inquietante, fatta di battiti cardiaci e respiri affannosi, si ha di nuovo la sensazione di essere entrati in un nuovo capitolo horror in pieno stile "Thriller". In realtà, "Smooth criminal" è un racconto noir di un assassino che si introduce nella casa di una fantomatica Annie per ucciderla. L'epilogo, triste e psicopatico, viene solo lasciato intuire:
"As he came into the window
It was the sound of a crescendo
He came into her apartment
He left the bloodstains on the carpet
She ran underneath the table
He could see she was unable
So she ran into the bedroom
She was struck down, it was her doom
Annie, are you ok?
So, Annie are you ok
Are you ok, Annie
Annie, are you ok?...
"
 
Chi di noi non ha mai cantato, almeno una volta nella vita, quella strofa "Annie are you ok? so Annie are you ok? Are you ok Annie"?. Quello Di Jackson è un cantato scattoso ed a tratti "ruvido", che si sovrappone ad una base sincopata carica di percussioni e fiati che si inseguono in rapida successione su un refrain spettacolare per orecchiabilità ed immediatezza.
Nelle edizioni in cd, "Bad" regala anche una bonus track :"Leave me alone", primo grido di rabbia di Michael Jackson nei confronti dei media e delle chiacchiere costruite sul suo conto (negli anni successivi, questa diverrà una delle tematiche predominanti di numerosi brani della popstar); ancora una volta l'incastro di arrangiamenti è sublime, ma il passaggio forte del pezzo è il ritornello, dove la voce di Michael viene doppiata dai cori cantati da lui stesso, in un effetto "a cascata" davvero originale.
Il video, incluso nel film "Moonwalker" è un chiaro segnale delle prime insofferenze di Jackson alla pressione dei media, e metaforicamente vede un luna park gigantesco costruito sul suo corpo disteso, che gira vorticosamente soffermandosi su tabloids con falsi gossip, animali vari e personaggi bizzarri che rappresentano le invenzioni della stampa sul suo conto; un turbinío di immagini mai casuali, ognuna con un messaggio ben indirizzato, che va avanti fino a quando egli, stufo, decide di alzarsi distruggendo tutto.
"Bad" si chiude così, senza un attimo di noia, inanellando 11 brani di una varietà pazzesca, e sempre di ottimo livello:di questi, alcuni sono semplicemente belli, altri spettacolari ed "instant classics", mentre una buona metà possono tranquillamente essere definiti capolavori assoluti. Con questo grande ritorno, il re del pop mette a tacere le malelingue e chi lo dava per cotto e finito; rinnova il suo status di superstar, alimenta il mito di artista unico e vende la bellezza di 30 milioni di copie, cifra che lo porta ad essere negli anni seguenti alla sua uscita il secondo disco più venduto di sempre (oggi le copie vendute sono 45 milioni e, come già detto, l'album staziona ancora tra i primi 10 di quella particolare classifica di best-sellers). 
Credo sia sciocco ed inutile aggiungere un mio parere in merito, perchè ció che ho descritto è abbastanza chiaro, e dimostra come questo disco sia pressochè perfetto e praticamente inattaccabile. Mi limito a dire che già all'epoca era difficile trovare album di tale livello, ambiziosi, innovativi, emozionanti, completi e qualitativamente ben prodotti. Oggi, ammettiamolo:è impossibile.
"Bad" rimarrà per me una pietra miliare unica nel suo genere, e questo lo dico non da fan, ma da ascoltatore di musica; commerciale, certo, pop quanto vi pare, ma pur sempre un classico senza tempo. Un disco essenziale, insomma, di un'artista essenziale:l'unico, ed inimitabile, Michael Jackson.
Buon compleanno Michael, spero di aver reso onore a questo gioiello sonoro che ci hai lasciato in eredità.

VOTO : 10/10
BEST TRACKS: "DIRTY DIANA", "SMOOTH CRIMINAL", "MAN IN THE MIRROR", "BAD", "LIBERIAN GIRL", "THE WAY YOU MAKE ME FEEL", "SPEED DEMON","I JUST CAN'T STOP LOVING YOU", "ANOTHER PART OF ME", "LEAVE ME ALONE", "JUST GOOD FRIENDS".












domenica 20 agosto 2017

TARJA TURUNEN - 
THE SHADOW SELF (2016)
LABEL : earMUSIC
FORMAT : 2 X CD DELUXE EDITION







Se non avete mai sentito la voce di Tarja Turunen...beh, fermatevi qui:smettete di leggere ed andate immediatamente a procurarvi almeno un suo disco. E magari, già che ci siete, anche uno dei primi 4 dei Nightwish, il gruppo di cui ha fatto parte e di cui è stata leader per circa un decennio, dal 1996 al 2005. 
Questa cantautrice finlandese, dalla formazione classica, con tonalità da soprano e interprete metal (non sono impazzito, giuro!), è quanto di meglio si possa chiedere di pescare negli scaffali di dischi, ma anche un chiaro esempio di come, artisti di una portata enorme possano essere relegati ad un singolo genere di nicchia, e rimanere sconosciuti ai più.
I Nightwish lo hanno sfiorato il colpo grosso:con l'album "Once" del 2004 e il successivo tour mondiale, sembrava essersi aperto davanti a loro un portale dai confini illimitati; ma per ragioni che non sto qui a disquisire, la strada del gruppo e quella della loro leader si è divisa. I Nightwish da allora, non sono stati più gli stessi, hanno cambiato almeno un paio di volte vocalist ed inevitabilmente hanno perso smalto e seguito. Tarja, invece, ha continuato il suo percorso a cavallo tra il power-metal e la musica classica, con chiare componenti operistiche e folk. Lo ha fatto in modo egregio, ricalcando spesso i tratti dell'ex gruppo ma concedendo - come è ovvio che sia - ulteriore rilievo alla sua splendida voce. "The shadow self" è il settimo lavoro dell'artista finlandese, ed è, per certi versi, uno dei migliori lavori che ha prodotto dal suo esordio "My winter storm", di cui sviluppa e matura diverse tematiche esistenziali, e dal quale riprende ispirazione e strutture melodiche.
Anticipato due mesi prima dell'uscita da un succoso assaggio intitolato "The brightest void", graditissimo regalo ai fans poichè con le sue 9 tracce è molto più di un E.P., "The shadow self" prende il titolo da una citazione di Annie Lennox, e, come spiegato da Tarja stessa, dall'idea di "rappresentare il lato oscuro che ognuno di noi si porta dentro; ognuno lo ha, ed in particolar modo noi artisti, che attingiamo molto da questa parte nascosta del nostro animo".
Con i suoi lavori, Tarja ha la capacità di trasportare l'ascoltatore in un mondo fatato, magico, lontano anni luce da quello reale; é una caratteristica da sempre costante in ogni sua opera, ed è in quest'ottica che va analizzato anche questo disco:la voce, meravigliosa e capace di toccare registri unici in questo genere, abbinata a sonorità orchestrali di pregevole fattura, dona vita ad un mondo dove la bellezza è la regina incontrastata, la malinconìa un sentimento persistente, e l'elemento fiabesco un ingrediente fondamentale. E così, passando attraverso una porta magica che si affaccia in una realtà diversa dalla nostra, ti rapisce per un'ora e ti fa dimenticare dell'ambiente circostante, proprio come un libro che ti piace e ti appassiona, o come un dipinto che ti fa soffermare su dei minuscoli dettagli che raccontano una vita, una storia. In tutto ciò, l'unico appiglio che riporta alla realtà è quello che ti comunica attraverso le sue strofe, mai banali, che rappresentano l'elemento che fa da tramite tra i due mondi. Riaprire questa porta immaginaria per tornare nei luoghi tracciati dalla cantante finlandese è tanto piacevole, ogni volta che ascolti un suo disco, quanto doloroso; perchè sai che prima o poi, quello stesso portale ti ricapulterà nella cruda ed amara realtà.
Posso affermare con certezza che, in ogni caso, valga sempre la pena di intraprendere un viaggio del genere. Perchè in fin dei conti, è proprio questo uno degli elementi chiave di cui un ascoltatore di musica è in cerca:una fuga mentale fatta di emozioni, sentimenti, ricordi e sogni. Lo stesso ying e yang che Tarja ha tracciato come concept di questo disco (il chiaro/scuro del nostro animo) è rappresentato in modo più ampio dall'esistenza di questi due mondi:quello reale, da cui proveniamo, e quello fatato in cui ci introduce con le sue opere.
E così mi appresto a varcare di nuovo la soglia di questo portale immaginario, e sarò il vostro cantastorie; vi racconterò di un mondo incontaminato e favoloso, dove la natura risplende in tutta la sua bellezza con dei colori vividi, l'orizzonte è l'unico confine di un cielo azzurro, e l'aria è leggera, profumata, fresca; la regina Tarja è la guida e la musa di questa creazione.
A trascinarti attraverso il vortice immaginario ed ammaliante di "The shadow self", ci pensa il pianoforte delicato di "Innocence", che ti prende per mano e ti accompagna per tutta la durata del brano, mostrandoti sin dalle prime battute l'ambientazione di questo universo parallelo, ed i luoghi dove Tarja condividerà una parte di sè stessa:
"You're not alone below the moon
All of us wait, for moment's gone too soon
You and me, breathe, to ignore the reason
Freedom, scream again
Inside of me, doors will stay open
A thousand lives to live
Waiting like universes do without an end
Love break into my innocence
Innocence, innocence, innocence
Innocence, innocence..."
"Dentro di me le porte resteranno aperte, migliaia di vite da vivere, da aspettare come gli universi che non hanno fine, amore che irrompe nella mia innocenza..." è il manifesto con cui la regina ti offre ospitalità nel suo regno incantato, dove questa sonata tecnicamente impeccabile prende vita e forma.
E' un inizio delicato, un pò come tutta la prima parte dell'album, che cresce diventando più energico e trascinante traccia dopo traccia fino a tornare tranquillo e sognante, come un'onda che si carica, si infrange su uno scoglio e si lascia ricadere nel suo mare. Il break a metà brano è un qualcosa di veramente magistrale, gli strumenti svaniscono e lasciano il piano in piena solitudine, a rincorrere note come se fosse sospeso in aria.
Le seguenti "Demons in you" e "No bitter end" entrano nel vivo del leit-motiv del disco, riportando alle sonorità tipiche del power metal dei Nightwish. "No bitter end" in particolare, colpisce per il suo intro delicatissimo (con il pianoforte sempre a dettare l'incipit atmosferico), inghiottito quasi subito dalle chitarre e dalla voce di Tarja, volutamente in contrasto con la base musicale. Il ritornello orecchiabile e ben strutturato ha fatto sì che divenisse il brano di punta dell'intero progetto, scelta peraltro azzeccatissima.
L'entrata in questo mondo affascinante lascia storditi, per le mille sfaccettature che il tessuto melodico, creato su misura per la voce di Tarja, offre; quando però ci si addentra nel cuore dell'album, quel disorientamento diventa meraviglia:una sopresa improvvisa, completamente inaspettata, è la cover di "Supremacy" dei Muse, che vede Tarja raggiungere dei picchi vocali pazzeschi. L'interpretazione originale di Matthew Bellamy (presente sull'album "The second law") era già riuscitissima ed obiettivamente era un compito abbastanza complicato fare di meglio. "Supremacy" è una canzone che ben poche voci possono permettersi di cantare, e se qualcuno poteva accostarcisi con naturalezza, ed offrirne una versione all'altezza, questa forse non poteva che essere l'artista finlandese. L'originale resta sempre superiore a questa riproposizione, ma ascoltarla in quest'ambito più rockeggiante ed a tratti più possente ha comunque il suo fascino, oltre a dimostrare la capacità di estensione vocale della bravissima interprete.
Idealmente, "Supremacy" è il passaggio definitivo con cui "The shadow self" cattura l'ascoltatore:è un sentiero che si staglia nel mezzo di un prato sconfinato; ed è qui che Tarja diventa guida spirituale del viaggio:i fiori, gli alberi e il tripudio di colori circostanti (ovvero la varietà stratificata delle melodie) diventano solo un elemento di contorno, la cui strada porta dritti al cuore del disco, ed al suo capolavoro, intitolato "The living end".
Introdotta da arpeggi di chitarra acustica, questa magnifica canzone vive e respira ancora una volta grazie alle note di pianoforte, che si fondono con la voce di Tarja in un susseguirsi spettacolare fino all'apertura del ritornello, in cui subentrano batteria e cornamuse:
"...Is the song that's forever
There's no need to surrender
Here with you now
Lights in the air
Devoted
No yesterday
Dying to live this moment
Growing stronger, taking over
Truth in your eyes,
See through my heart
It's open
Make me believe
Gives life to the path I've chosen..."
Nonostante le difficoltà, i periodi oscuri che la vita reale ci pone di fronte, Tarja dice di dimenticare il passato ("No yesterday"), che non c'è bisogno di arrendersi ("There's no need to surrender"), e che c'è sempre una persona (o un elemento della nostra esistenza) che, aprendoci gli occhi e vedendo attraverso il nostro cuore, è capace di dare un senso alla strada intrapresa ("gives life to the path I've chosen"). Dopo 3 minuti intensissimi, in chiusura la canzone torna lentamente sul registro iniziale, creando una sorta di "quiete dopo la tempesta" assolutamente ad effetto.
"The living end" vale, da sola, l'acquisto del cd:se nell'immaginario paesaggio in cui ci siamo addentrati il fascino è derivato da tutti gli elementi descritti fino ad ora, questo pezzo ne sarebbe la costruzione più imponente, il castello costruito nel mezzo, che si erge sul panorama mozzafiato.
Ma il viaggio di "The shadow self" non termina qui:c'è spazio per altre emozioni, con "Diva", pezzo che sembra provenire direttamente da un film di Tim Burton; stavolta, la struttura musicale classica si abbina a degli elementi circensi, dando un tocco di originalità in più ad un brano che altrimenti sarebbe stato troppo simile a "I walk alone", splendido episodio dell'album di esordio "My winter storm". Nel complesso, pur essendo uno dei passaggi meno riusciti dell'intero disco, funziona da ottimo ponte verso la parte finale del disco, composta da un trittico d'eccezione di assoluto livello:"Eagle eye", "Undertaker" e "Calling from the wild" sono delle cavalcate melodiche da antologia, avvolgenti ed incalzanti. In particolare, "Undertaker" è quella che spicca di più per il suo armonioso impasto di sonorità gotiche, metal ed operistiche che ricordano da vicino una suite da colonna sonora; le strofe, semplici e dirette, si dipanano una dopo l'altra fino al ritornello dove esplodono le chitarre elettriche, che ancora una volta sono solo uno dei molteplici elementi musicali in fase compositiva:
"Bring out to dead
I’ll bury them all
Leave them with me.
Dress them in silk
Black as the night
Where no one can see.
Paint them with dirt
Shallow their graves
Silent their names.
Swallowed by earth
Written in dust
Killing the fame...
"

Compare anche una venatura gotica nel testo, che risulta essere il più oscuro dell'intero lotto; si narra di un becchino, che vede svanire vite ("bring out to dead") inghiottite dalla terra ("swallowed by earth"), con tutte le loro storie di vita; corpi che diventano lapidi coperte da polvere ("written in dust") e nomi silenziosi ("silent their names"). In un racconto così serrato, venato di tristezza, è la morte che parla e si rivolge a colui che abbandona i corpi alla loro eternità (si intuisce dal passaggio "Undertaker I am why you came"); la morte infima e portatrice di dolore, esatta rappresentazione delle ombre dell'animo umano.
E' un'amara riflessione che va in netto contrasto con l'atmosfera dell'opera, ma che è purtroppo specchio della realtà:non c'è perfezione assoluta, non esiste gioia senza dolore, nè bellezza senza orrore.
"The shadow self" si chiude con "Too many", lasciando il sapore del viaggio che volge al termine, nel momento esatto in cui ci si ritrova di fronte al portale che ci ricondurrà alla vita reale, e che ci costringerà ad abbandonare questo luogo fatto di sogni ameni ed eterei. La melodia romantica e delicata del pezzo è quasi ipnotica, e non basta la sferzata energica del ritornello a modificarne il climax sognante. Il cd finisce cosí, lo stereo resta silenzioso e la porta del mondo della principessa Tarja si chiude, lasciandoti attonito sulla tua poltrona a fissare la finestra con un senso di vuoto, di qualcosa di lontano, andato. 
In realtà, quella porta non è mai chiusa definitivamente, ma solo accostata:l'entrata in quel regno è sempre a portata di mano (e di lettore cd), basta solo volerlo.
Questi dischi non possono essere etichettati banalmente come lavori "metal":eppure, ovunque vai, se cerchi un disco di Tarja è in quella sezione che la vai a pescare. Questo è un pò il limite che poi non permette ad artisti di tale levatura di incontrare il grande pubblico:ma vi garantisco che rispetto alle carrettate di musica spazzatura che ci costringono ad ascoltare radio e tv ogni giorno, qui siamo su tutt'altro livello; album come questi, che trascendono i generi e che sono suonati e prodotti con l'anima, meriterebbero almeno una volta di essere ascoltati.
Al di là di queste considerazioni che lasciano il tempo che trovano, "The shadow self" è un grande lavoro, forse - come detto in apertura - il migliore dell'intera discografica di Tarja Turunen; perchè qui, più che nei lavori precedenti, è riuscita con maturità e capacità non comuni a dosare in maniera perfetta tutti gli ingredienti delle sue opere del passato; se "My winter storm" era troppo cinematografico, "What lies beneath" forse eccessivamente oscuro, e "Colours in the dark" così carico di inserti tipicamente metal da sembrare una riproposizione sin troppo simile ai cari e (ahimè) ormai andati Nightwish, questo è un perfetto ibrido tra i 3, l'esatto compendio che racchiude tutti gli elementi in egual misura.
La meraviglia, in tutto ciò, resta quella di sapere di avere accesso a dei mondi paralleli che possono distoglierci dalla vita di tutti i giorni.
Con la musica si può e si deve viaggiare, sentendosi liberi di andare lontano con la testa; tenere quella di Tarja a portata di mano, è come avere un mazzo di chiavi che apre diverse porte che si affacciano su realtà lontane e meravigliose. Sono storie raccontate in note. Ed in una realtà troppo cruda ed eccessivamente amara, sono vie di fuga a volte utilissime, e spesso necessarie.

Chiudo questa recensione, riprendendo il cd di "Oceanborn", secondo lavoro dei Nightwish. Questo album contiene, tra le altre, la meravigliosa "Sleeping sun", a cui sono particolarmente legato:mi ricorda una persona in particolare, che all'epoca dell'uscita del cd avevo conosciuto da poco, ma che giá sapevo sarebbe stata parte integrante della mia vita; ricordo ascolti con gli auricolari divisi, imbambolati a guardare un soffitto. O un albero. O un cielo azzurro. Ebbene, quella persona é ancora oggi un perno fondamentale della mia esistenza. Un pezzo di cuore. Oggi, questo pezzo di cuore compie gli anni. Spero un giorno di riuscire a realizzare il desiderio comune di sentire Tarja cantare dal vivo e regalarci questa canzone. Questo pensiero é per te, Giorgia. So che lo leggerai. Buon compleanno! Grazie per esserci sempre.  (R.D.B.)

VOTO : 8/10
BEST TRACKS : "THE LIVING END", "SUPREMACY", "UNDERTAKER","NO BITTER END","INNOCENCE"



giovedì 10 agosto 2017

PLAYLIST : DAVID BOWIE #2

Come preannunciato, anche Bowie mi ha costretto a selezionare due playlist invece di una. Questa è la seconda parte, che curiosamente (giuro, non è stata una cosa premeditata) è incentrata di più sulla prima parte di carriera (3 brani su 5, infatti, risalgono agli anni 70). Questo credo sia dovuto al fatto che io abbia dato la precedenza al Bowie "vissuto" da me in prima persona:negli anni in cui ho iniziato a seguire e a capire di musica, sono usciti "Black tie white nose" e "Outside"; grazie a questi album (che di certo non sono da annoverare tra i migliori nella produzione del duca inglese) poi sono andato a scoprire i lavori precedenti. Un percorso a ritroso piuttosto contorto, certo:ma l'importante è aver recuperato quegli anni perduti e fondamentali per capire più a fondo le origini dell'uomo venuto dallo spazio.

1 - LIFE ON MARS?
"Life on Mars" risale al 1973, e fu pubblicata nell'album "Hunky Dory". Nata da una
rielaborazione degli accordi di "My way" di Frank Sinatra, con cui ha in comune l'origine (un brano francese di Claude Francois intitolato "Comme d'habitude"), la canzone narra l'amara storia di una ragazza dai capelli "grigio topo" ("the girl with mousy hair") che, delusa dalla vita che la circonda, si perde in una sorta di zapping davanti alla tv, dove le vengono mostrate tante realtà diverse che la affascinano ma a cui sa che non potrà mai avere accesso. Nel testo vengono citati Mickey Mouse e John Lennon, insieme a frasi ispirate da notiziari e programmi televisivi dell'epoca, fino ad arrivare ad un ricorrente e noiosissimo film che rappresenterebbe la vita reale; una vita già vissuta e che verrà replicata (e quindi rivista) tante altre volte ("But the film is a saddening bore,'cause I wrote it ten times or more, it’s about to be write again as I ask you to focus on...") perchè difficilmente cambierà. L'orchestrazione ricorda un brano tratto da un musical che, anche se in numerosi passaggi assume persino un taglio operistico grazie agli archi suonati da Mick Ronson, riesce a mantenere una chiara impronta glam. Tra le prime produzioni di Bowie, è quella che più mi ha colpito sin dai primi ascolti:vuoi per l'interpretazione sentita e teatrale, vuoi per l'atmosfera delicata, "Life on mars" resta un classico senza tempo, buono da risentire - e cantare - in qualsiasi momento della giornata.



2 - SPACE ODDITY
"Ground control to Major Tom...Ground control to Major Tom...Take your protein pills and put your helmet on...". "Space oddity" si apre esattamente con queste parole su degli accordi di chitarra acustica, e sfido chiunque a dire che non le abbia mai canticchiate almeno una volta. Nonostante ciò, il testo per molti rimane piuttosto criptico, sospeso tra una specie di alienazione del protagonista - probabilmente dovuta all'uso di droghe - dal mondo reale e tutto ciò che lo circonda ("For here am I sitting in a tin can far above the world...") e quella che sembra una concatenazione di metafore che probabilmente fanno riferimento alla relazione appena conclusa tra Bowie e Hermione Farthingale ("And I think my spaceship knows which way to go tell my wife I love her very much she knows..."). Io ci vedo una storia molto più semplice:il racconto di un'astronauta che si sente tremendamente solo nella sua navicella spaziale, lontano anni luce dalla casa e dagli affetti più cari (a volte bisogna semplificare le cose, senza andare a vedere troppo oltre quello che è scritto; ovvio, stiamo parlando di uno dei personaggi più visionari di sempre, ma questo non vuol dire che ogni singola strofa contenga significati nascosti). Pubblicata nel 1969, e contenuta nell'album dallo stesso nome, "Space oddity" è stata inclusa tra le "500 canzoni che hanno plasmato il rock'n'roll" della Rock'n'roll hall of fame, oltre a diventare, negli anni, uno dei brani più noti dell'intero repertorio del duca bianco.


3 - THE MAN WHO SOLD THE WORLD
Inclusa nell'album dallo stesso titolo del 1970, "The man who sold the world" è una meravigliosa canzone che all'epoca non venne accolta dal pubblico con il meritato entusiasmo, e che solo in un secondo momento venne rivalutata ed apprezzata a dovere. Non è mai uscita come singolo, ma la si può trovare come b-side del 45 giri di "Life on Mars?", uscito nel 1973. Qui, per dare un senso al significato della storia, purtroppo mi sono dovuto aiutare con il web, poichè il testo preso così, nudo e crudo, ai miei occhi non sembra avere un senso compiuto. In realtà, leggo di riferimenti a diverse opere letterarie, tra le quali solo i versi del poeta Hughes Mearns sono chiaramente riprovati (versi da cui deriva l'intero incipit del brano "We passed upon the stair, we spoke of was and when although I wasn’t there, he said I was his friend which came as some surprise, I spoke into his eyes I thought you died alone, a long long time ago..."). Gli altri accostamenti, sono delle semplici somiglianze e richiami che alcuni critici hanno notato con "Il compagno segreto" di Joseph Conrad e "Incontro di notte" di Ray Bradbury. Non avendo letto nè uno nè l'altro, non posso sblianciarmi nel dire quanto di queste due opere ci sia nella canzone. Sotto l'aspetto musicale, è l'ipnotico giro di chitarra ad essermi entrato subito in testa, ma devo ammettere che sono arrivato a questo brano solo grazie a Kurt Cobain e alla sua meravigliosa e toccante interpretazione inclusa nel "MTV Unplugged" dei Nirvana. Quella rivisitazione mi è rimasta nel cuore, ed è inutile descrivere la mia sorpresa quando ho scoperto che la versione originale era di David Bowie.



4 - THURSDAY'S CHILD
Questa splendida melodia segna il ritorno sulle scene di Bowie nel 1999. E', infatti, il primo singolo tratto da "Hours", ed è un malinconico resoconto di un passato in cui probabilmente il duca bianco non è riuscito ad ottenere quello che si aspettava, nè ad essere quello che voleva, arrivando a chiedersi se il destino non abbia voluto farlo vivere in un'epoca sbagliata, non "sua" ("Maybe I’m born right out of my time breaking my life in two..."). Ad un inizio piuttosto amaro, però, si contrappone un barlume di speranza, perchè adesso questo disagio sembra essere scomparso e Bowie si sente pronto a tagliare i ponti con quel passato ("Throw me tomorrow, now that I’ve really got a chance, Throw me tomorrow, everything’s falling into place, Throw me tomorrow seeing my past to let it go..."). L'atmosfera generale che pervade il brano è piuttosto delicata, raffinatissima, costruita su un'apertura di archi tastieristici che accompagnano la voce del cantautore, sempre toccante e profonda. Il titolo "Thursday's child" è ispirato dalla biografia dell'attrice di cabaret e cantante americana Eartha Kitt, uno dei libri preferiti di David Bowie; inoltre, utilizzando la metafora dei giorni della settimana, segna come giorno della sua rinascita il giovedì; in un arco temporale dove la settimana rappresenta la sua vita, infatti, si va a collocare esattamente nel mezzo di essa (Bowie ha composto il brano, insieme a Reeves Gabrels, all'età di 52 anni, il che rende il tutto coerente ed ancor più autobiografico). I giorni precedenti (Monday, Tuesday e Wednesday) rappresentano invece il passato, ovvero la prima vera nascita, l'adolescenza e la gioventù:tutti periodi di una vita "sbagliata", di cui l'artista si pente e con cui vuole tagliare i ponti. Anche il video ricalca la stessa tematica, mostrando Bowie di fronte ad uno specchio dove viene riflesso più giovane, in una sorta di confessione dell'io attuale a quello ormai andato e relegato al ruolo di semplice ricordo del tempo che fu.



5 - AS THE WORLD FALLS DOWN
Tratta dal film "Labyrinth" del 1986, di cui Bowie è anche protagonista, "As the world falls down" è una bellissima ballad, toccante e delicata, che impreziosisce la colonna sonora del film composta da Trevor Jones e contenente altri 4 pezzi inediti del duca. Sebbene tra i brani incisi per il disco, il più famoso sia senza dubbio "Underground", con questo lento Bowie dimostra ancora una volta la sua abilità nel comporre splendide canzoni d'amore; e così, con i versi "There’s such a fooled heart, beating so fast in search of new dreams, a love that will last within your heart, I’ll place the moon within your heart", modulati in tonalità decrescente, egli consola la sua amata; poi, la rassicura della sua presenza eterna nel ritornello:"As the pain sweeps through makes no sense for you, every thrill has gone wasn’t too much fun at all, but I’ll be there for you as the world falls down...". Forse nel contesto del film il pezzo risulta un pò forzato (accompagna una scena in cui Bowie, che è un Goblin, balla con la co-protagonista, Sarah, che è una bambina), ma in una qualsiasi compilation di "love songs" non se ne potrebbe fare assolutamente a meno. Dopo Ziggy Stardust, dopo Thin White Duke, con Labyrinth Bowie assume le sembianze di un nuovo alter-ego, Jareth, re del curioso mondo degli gnomi, enigmatico, malefico e spiritoso allo stesso tempo. Un personaggio dalle mille sfaccettature, che ancora una volta calza alla perfezione con la personalità camaleontica dell'artista e la sua capacità di reinventarsi. 


E così sono giunto alla conclusione di quest'altra faticosa selezione di canzoni. Ogni volta che si parla di grandi artisti la scelta è ardua, e richiede numerose riflessioni:è mia prerogativa, in questi casi, scegliere nel modo più corretto quello che rappresenta i miei gusti personali che, come ho già detto in apertura, possono essere discutibili e talvolta anche bizzarri. Un'affermazione che metterà senz'altro d'accordo chiunque stia leggendo, è certamente questa:con Bowie, la musica ha perso un altro artista pregiato, geniale e innovatore. Con il suo stile sempre all'avanguardia, ci lascia un'eredità musicale enorme, varia e pioneristica:un lungo elenco di brani che vengono ancora oggi riscoperti dalle nuove generazioni, e che continueranno a restare immortali. 
Questo è il mio Bowie. Ma è pur vero che, con spunti diversi, ed opere di altre epoche che io non ho citato, ognuno di noi ne porta almeno una piccola porzione dentro di sè, in quella che suona come la colonna sonora della nostra vita. (R.D.B.)